Decreto Primo Maggio
Sacconi promuove il decreto Lavoro: “Siamo ben oltre il salario minimo, governo tutela i lavoratori dai contratti “sleali” e raccoglie la bandiera della sinistra”
Il presidente dell’Associazione Amici di Marco Biagi dà l’ok al provvedimento: “Condiziona gli incentivi all’erogazione dei trattamenti economici complessivi”
Dal salario giusto ai contratti collettivi, passando per gli esoneri contributivi. Domani, Primo maggio, il governo varerà il nuovo decreto Lavoro. Del nuovo provvedimento abbiamo parlato con Maurizio Sacconi, presidente dell’Associazione Amici di Marco Biagi, più volte parlamentare e ministro del Lavoro.
Il decreto Primo maggio è stato accolto come una misura «di facciata», perché priva di risorse. È così?
«Non è vero. Basti considerare i numerosi incentivi all’occupazione dei soggetti fragili nel mercato del lavoro come i giovani, le donne, i lavoratori del Sud. E le premialità disposte in favore delle aziende che aiutano la conciliazione tra carichi lavorativi e familiari. In ogni modo, il decreto contiene soprattutto una fondamentale novità regolatoria a tutela dei lavoratori».
Cosa è davvero innovativo nel decreto?
«Il decreto condiziona tutti gli incentivi all’effettiva erogazione ai lavoratori dei trattamenti economici complessivi (Tec) disposti dai contratti migliori, ovvero da quelli sottoscritti dalle maggiori organizzazioni. Siamo ben oltre il salario minimo a 9 euro. E non solo perché questa stessa cifra è stata superata dalla gran parte dei contratti ma, soprattutto, perché tutti i trattamenti, non solo quelli di partenza, devono comprendere ogni componente retributiva e le stesse prestazioni sociali integrative che concorrono al potere d’acquisto. Il governo conferma in questo modo la sua cultura sussidiaria in favore della contrattazione collettiva e del pluralismo sindacale. Ma, al contempo, tutela i lavoratori dai contratti “sleali”. Paradossalmente, il centrodestra ha raccolto la bandiera della sinistra, lasciata cadere per terra, contro l’applicazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione giudicati “corporativi”. E sostiene la nostra esperienza di società aperta disincentivando il dumping contrattuale. Rinvia poi la misurazione della rappresentatività all’accordo tra le parti. Non a caso, la prima reazione entusiasta è venuta dalla Cisl e dalla Confcommercio».
Il primo handicap del mercato di lavoro italiano è la sua scarsa produttività. Come interviene la misura in tal senso?
«Il tema della produttività e della crescita dovrà essere al centro della prossima Legge di bilancio. Giorgia Meloni ha significativamente annunciato la possibilità di un patto sociale per accompagnarla. In quella sede sarà possibile incoraggiare la lievitazione dei premi aziendali senza il vincolo formale che oggi spaventa molte imprese in quanto dovrebbero misurare l’aumento di produttività rispetto all’anno precedente. Stupida misura giacobina perché difficile da attuare mentre le imprese erogano premi e benefit quando sono performanti e sanno di poterlo fare. La vigente tassazione agevolata all’1% può incoraggiare anche la distribuzione di una parte degli utili coerentemente con la nuova legge sulla partecipazione dei lavoratori».
Contrattazioni collettive: la riforma è bloccata, soprattutto per l’ostruzionismo della Cgil. Come se ne esce?
«Lo spostamento del baricentro della contrattazione nelle aziende e nei territori è bloccato dalla Cgil e dalla Confindustria “romana” nel nome dell’egualitarismo salariale e del contenimento della massa salariale. Fortunatamente cresce invece la propensione agli accordi di prossimità ovunque imprese e lavoratori vogliono condividere fatiche e risultati con vantaggio per la produttività, i salari e i consumi».
L’AI resta ancora un’area dov’è scritto «hic sunt leones». Il cortocircuito è dato da una popolazione lavorativa in crescente invecchiamento, un turn over insufficiente e una scarsa sensibilità delle imprese a fare innovazione. Cosa può fare il governo per interrompere questo schema?
«Il salto tecnologico impone non solo l’impiego delle macchine intelligenti, ma anche una conseguente rivoluzione organizzativa che comprende un diverso ruolo dei lavoratori. Non a caso è stata prodotta in questa fase la legge di attuazione della Costituzione a proposito della partecipazione dei lavoratori. Così come il governo ha opportunamente regolato il lavoro di consegna organizzato attraverso le piattaforme digitali. Ora diventa essenziale l’investimento educativo e formativo sulle persone affinché siano attrezzate, non solo tecnicamente ma anche moralmente, a impiegare l’AI. Occorre peraltro un contesto di libertà perché nel confronto con le macchine intelligenti prevalga la creatività sulla sottomissione. Una giurisprudenza imponderabile può, per esempio, favorire la fuga dalla responsabilità e la delega impropria alle macchine. In questo senso, la sconfitta referendaria non ci aiuterà».
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