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Referendum giustizia (cosa insegna): dal populismo, alla sciatteria politica la morte della legislatura

Giurista e saggista
Referendum giustizia (cosa insegna): dal populismo, alla sciatteria politica la morte della legislatura

Che il referendum sulla giustizia dello scorso 12 giugno 2022 naufragasse in un nulla di fatto era prevedibile. Tuttavia non doveva essere auspicabile in termini di partecipazione. E questo ha contraddistinto lo spirito, almeno, di una certa fetta politica; di contro, invece, si è invitato a non votare. È questo il preludio di quella che si può definire “sciatteria politica” che questa legislatura consegna e consacra all’abitudine elettorale (quasi a mo’ di consuetudine). Allora, la questione sul flop origina da due fronti (quantomeno tentando di farlo utilmente):

  • alla sciatteria politica si arriva con il populismo;
  • alla sciatteria politica si arriva con l’invito al non votare.

Due facce della stessa medaglia che, in altri termini, corrono verso l’auto annullamento della bontà d’iniziativa da una parte, mentre della capacità di persuasione dall’altra parte. E veniamo ai fatti:

  • quando il partito radicale promuove una iniziativa referendaria lo fa in una chiave di proposizione storicamente di serietà d’azione politica;
  • quando l’iniziativa liberale incrocia il populismo d’azione si rischia l’indicente politico-diplomatico con gli elettori.

È quel che è successo, così palesemente, con l’esperienza referendaria chiusa da poche ore. Il messaggio maggioritario che gli elettori hanno fatto notificare al Parlamento è del tono-tipo “fate la riforma, ma non chiedeteci come”. Messaggio chiaro, semplice. Non si può caratterizzare la questione referendaria come una sorta di contrapposizione tra poteri (tipica del populismo d’azione): è quel che d’altronde la propaganda non persuasiva, ma distruttiva, vuol finalizzare per appiattire il pensiero critico del cittadino. Non è tanto diverso dal suo opposto però: lo screditamento d’azione tipico della migliore strategia dell’abbandono (o ritirata) di sovietica memoria (che Gramsci tentò, con sforzo di metafora, di portare sul principio della “rivoluzione passiva”).

È un po’ anche il principio che regola l’immiserimento (cosa diversa dalla povertà in senso stretto) per conduzione o per induzione: alla fine si ha bisogno dello Stato affinché ti paghi per non fare alcun lavoro, per esistere, per consumare. Populismo e sciatteria politica si atteggiano, grossomodo, come altri opposti che portano allo stesso risultato: il capitalismo sfrenato, il comunismo mascherato o l’apatismo nazista.

Elon Musk durante una presentazione sull’intelligenza artificiale (AI), in agosto dell’anno 2021, ebbe modo di spiegare il mondo verso cui ci si sta indirizzando; un mondo dove il robot di turno svolgerà “compiti pericolosi, ripetitivi e noiosi” in modo che gli esseri umani non debbano farlo. Al contempo riconoscendo che la robotizzazione sfrenata, sostituendo di fatto i lavori (il che non è di per sé un male attenzione), implicherà che le persone verranno pagate nella misura di un reddito di base, universale, ecc.  perché “Essenzialmente, in futuro, il lavoro fisico sarà una scelta”.

Ora, se le parole di Musk hanno un senso non fantasticante ma duramente realistico, non possiamo che intuire come la società avrà un grosso problema nel comprendere come intervenire sulle nuove diseguaglianze (tra chi potrà avere un robot o meno e chi lo capirà ovviamente) e di volontà di azione (tra chi sarà soggetto attivo dei processi partecipativo-democratici e che, invece, penserà sia sufficiente esistere delegando il tutto ad algoritmi, etere in genere, ecc. – riferimento estensivo al Gramsci pensiero sulla rivoluzione passiva).

Se portiamo le parole di Musk nell’agone politico attuale, cercando un senso di collegamento all’ormai cronica disaffezione elettorale (che per le amministrative poste nella stessa giornata del referendum, in verità, ha registrato altri trend) non si può che toccare con mano quanto sia epidermico il rifiuto maggioritario degli italiani a prendersi sulle spalle il fardello decisionale che il Parlamento non riesce a gestire. Fardello, ovviamente, non contro la magistratura ma nell’interesse di un nuovo equilibrio tra poteri dello Stato e nell’ottica di quella genuina interferenza funzionale per come i Costituenti la immaginarono. Le cose certe, al di là di tutto, rimangono:

  • la necessità indifferibile di riformare la giustizia senza giocare ad impadronirsi della bandiera da issare sul cucuzzolo della montagna;
  • la obbligatorietà politica di non ingolfare più la magistratura di normativa sovrabbondante e sproporzionata rispetto alle capacità, concrete, di gestione dell’intero sistema ed all’interno dello stesso (procedimenti, indagini, fatti, ecc.);
  • la indicibile latitanza di una nuova idea di comunicazione (non quella mediatica, ma di prossimità) verso l’elettore che, di tutta evidenza, sta comportando una involuzione sociale “bella e buona” rispetto alla percezione degli strumenti referendari e cioè della democrazia in quanto tale.

Ora, si riunisca e si ricuci il Paese perché la riforma della giustizia Cartabia ed il referendum chiusosi non debbono essere una bocciatura della magistratura (nel primo caso) o della politica (nel secondo caso), ma un sano e doveroso passaggio della nostra democrazia verso una nuova fase in cui occorre, davvero con contezza, considerare che il tecnicismo non è alla portata di tutti. Quando invece la legge dovrebbe essere tale. Così come la robotizzazione dei processi, speriamo che non si giunga anche all’automazione del potere. Il ché sarebbe pericolosissimo. Intanto la legislatura del populismo volge al termine. Definitivamente.

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