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Regno Unito, il nuovo Stato canaglia. Conseguenze dirette (e nefaste) del sovranismo al potere

Consigliera politica al Parlamento europeo
Regno Unito, il nuovo Stato canaglia. Conseguenze dirette (e nefaste) del sovranismo al potere

Mentre il paese segna la peggiore recessione economica di tutta Europa, con una riduzione del PIL del 20,4% nel primo trimestre, mentre ancora si piangono i 46000 decessi dall’inizio della pandemia, mentre Capital Economics annuncia “una ripresa britannica (…) senza ombra di dubbio più lenta che quella degli Stati-Uniti e dell’Eurozona”, mentre per causa della Brexit, il regno Unito non potrà beneficiare di Next Generation EU, il fondo di rilancio europeo da 750 miliardi; Boris Johnson decide di infliggere il colpo finale al popolo britannico, trasformando una delle più grandi democrazie occidentali in uno Stato canaglia.

I primi sintomi erano apparsi quando Boris aveva chiuso il Parlamento per più di un mese e mezzo, imbavagliando e neutralizzando gli oppositori della Brexit dura. Oggi la diagnosi è confermata. Il suo governo ha deciso di iscrivere nella legge il non rispetto del diritto internazionale. La “legge sul mercato interno” pubblicata mercoledì indica a pagina 35 e 36 che “certe riserve saranno applicate nonostante l’inconsistenza o l’incompatibilità con il diritto internazionale o altri aspetti del diritto interno”.

“Nonostante l’incompatibilità con il diritto internazionale”? Strana idea per un paese che ha inventato la rule of law, cioè la supremazia dello stato di diritto sulla politica! Il Regno Unito, attraverso questa legge mette di fatto in discussione l’accordo di divorzio firmato con l’UE. Il dettaglio, che non è un dettaglio, è che questo accordo ha valore di trattato internazionale. Il segretario di Stato Brandon Lewis, ha affermato che la legge presentata mercoledì «infrangeva o potrebbe infrangere la legge internazionale ma in maniera specifica e limitata”.

Cioè vuol dire che io domani mattina rubo una sella di una bicicletta e se un poliziotto mi becca in flagrante posso rispondere che stavo infrangendo la legge ma solo in modo specifico e limitato, perché di fatto non ho ancora rubato la bici intera e che quindi non è grave??

Ovviamente e per fortuna non sono l’unica ad essere esterrefatta e anche francamente depressa. Lord Kerr of Kinlochard, ex-ambasciatore britannico in UE e a Washington ha dichiarato che «strappare un trattato è un comportamento da Stato canaglia. Non ricordo che il Regno Unito abbia mai agito cosi in tutta la sua storia.” L’ex premier conservatore John Major ha anch’egli espresso incredulità e sconforto dichiarando che “se perdiamo la nostra reputazione del rispetto della parola data, allora avremo perso qualcosa d’inestimabile che non riguadagneremo probabilmente mai più”. Sarebbe un disastro per il Regno Unito, che uscendo dall’UE, è nell’obbligazione di rinegoziare tutti i trattati con gli altri Stati. Ma perché questo strappo?

Il Regno Unito ha formalmente lasciato l’UE il 31 gennaio ma resta soggetto alla regolamentazione europea fino alla fine di dicembre del 2020, periodo di transizione durante il quale le due parti tentano di concludere un accordo di libero scambio. I negoziati non avanzano perché Boris pretende l’accesso al mercato unico europeo ma non accetta di rispettarne le regole e in particolare gli standard ambientali e sociali, che in parole povere significa per l’UE un rischio imprendibile di dumping sociale, fiscale e di concorrenza sleale alle sue frontiere. Gli Europei cercano di arrivare ad un accordo simile a quello con la Svizzera o la Norvegia ma per ora l’amico Boris sembra fare di tutto per arrivare a un no deal, che farebbe del Regno Unito un paese terzo, come lo sono gli Stati Uniti.

Il problema è che il Regno Unito non sono gli Stati Uniti, ma bensì un paese frontaliero con l’astiosa questione della frontiera irlandese (senza parlare di Gibilterra…). Con la rottura dell’accordo concluso, gli Europei prendono atto che il governo britannico, con decisione totalmente unilaterale, non rispetterà la legislazione doganale in Irlanda del nord e il rispetto del regime sugli aiuti di Stato. Questi due temi sono stati al centro di una minuziosa negoziazione e l’accordo sottoscritto dalle due parti permetteva, allo stesso tempo, di evitare di reintrodurre una frontiera fisica fra le due Irlande, con il rischio di riaccendere vecchie tensioni, e di proteggere il mercato unico europeo.

 

L’atto del Governo britannico è di fatto un gesto di disperazione. Boris non riesce ad ottenere quello che vuole di più al mondo: dividere gli Europei e ottenere l’accesso al mercato unico senza alcuna contropartita. Minaccia di non volere nessun tempo supplementare per la negoziazione, il che significa avere un no deal al 15 ottobre 2020, il mese prossimo! Sa di fare paura perché di fatto nessun paese europeo è pronto, e in particolare la Germania che è non si è preparata all’eventualità di un no deal quindi di un ritorno a un regime di dogana con il Regno Unito, convinta che un accordo sarebbe stato trovato.

Ma il colmo è che il meno pronto di tutti è il Regno Unito, sia da un punto di vista amministrativo e di infrastrutture (Boris non ha assunto i doganieri necessari…), sia a livello di ricerca di alternative economiche per il paese. Il governo britannico sta negoziando un accordo di libero scambio con l’amico Trump. Ma le cose non sono facili, né veloci. Perché l’amico Trump è in campagna elettorale e il potentissimo lobby irlandese negli Stati Uniti sta facendo di tutto per frenare qualsiasi negoziato fino a che la questione della frontiera irlandese non viene risolta. Il cane che si morde la coda!

L’Australia ha gentilmente fatto sapere al governo britannico che per ora non era interessata a firmare un trattato di libero scambio con il Regno Unito e che preferivano prima firmarlo con l’Unione europea. Come dargli torno, da una parte c’è un mercato di 60 milioni di consumatori, dall’altra uno di 500 milioni! E non è certo infrangendo i trattati internazionali che il Regno Unito darà voglia di stringere accordi con lui. Gli Europei per ora non sembrano cedere ai ricatti di Boris, restano uniti e hanno intimato al governo britannico di ritirare la legge incriminata entro fine mese, riaffermando la necessità di rispettare l’accordo di divorzio come prerequisito di qualsiasi discussione. Il populismo al potere dà sempre più i brividi.

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