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Riflessione sull’articolo “Quando Di Battista voleva il sangue di Berlusconi”

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Riflessione sull’articolo “Quando Di Battista voleva il sangue di Berlusconi”

Ho letto con estremo interesse l’articolo di Deborah Bergamini, pubblicato su questo giornale il 2 luglio 2020, intitolato “Quando Di Battista voleva il sangue di Berlusconi” trovando al suo interno spunti di riflessione notevoli, che vorrei condividere con l’autrice e con ogni lettore.

Il nucleo argomentativo dell’articolo ruota attorno ad alcune esternazioni più che censurabili pubblicate nel 2011 da Alessandro Di Battista, in risposta ad un commento postato sul suo profilo FB da una follower. Parole che evocano violenza e che, oggi, sarebbero certamente catalogate come “hate speech”.

Mi preme qui una riflessione estemporanea, non diretta all’articolo richiamato. Terrei a sottolineare che a mio parere la violenza, ogni tipo di violenza, è inaccettabile. Già, perché spesso si condanna quella consistente in atti di forza bruta, che però non è l’unica. La differenza, usualmente, è che la violenza bruta è l’arma (pessima e inutile) che resta in mano ai disgraziati, mentre i “primi”, volendo, si possono giovare di mezzi più raffinati per perpetrare abusi. Ecco, sarebbe bene sviluppare radar dello stigma che captassero entrambe le forme allo stesso modo, onde evitare di trasformare la nobilissima guerra culturale alla violenza in una guerra politica contro i disperati.

Chiusa la parentesi sulla violenza e (s)qualificate le parole oggetto della disputa, ciò che mi ha indotto a scrivere queste righe è l’aver intravisto, pur con le mastodontiche differenze del caso, un filo rosso tra questa vicenda e quella relativa alla statua di Montanelli. Ciò mi induce a porre, all’autrice e a chiunque abbia interesse a partecipare al dibattito, alcune obiezioni.

Vero è che la storia, quella collettiva come quella individuale, non deve e non può essere cancellata, perché ha sempre qualcosa di utile da dire sui suoi protagonisti. Tuttavia, è davvero utile questo genere di attribuzione? Mi chiedo, ad esempio, se l’Alessandro Di Battista che, nel 2011, rispondeva ad un commento su Facebook, si percepisse come personaggio pubblico e/o politico o no. Mi domando dove fosse e cosa gli fosse appena successo, che persone avesse visto. Sarei curioso di sapere cosa ancora non avesse ancora vissuto, quali riflessioni e letture non avesse ancora fatto, quanti anni meno e quanti ormoni in più gravassero sui suoi pensieri. Mi chiedo che percezione avesse, nel 2011, della dimensione del fenomeno Social e delle sue implicazioni. Sintetizzando, mi domando se davvero queste sue parole siano utili a inquadrarne il profilo politico attuale, a indovinarne le intenzioni, a comprendere la sua visione del mondo.

Si potrebbe parlare del fatto che le “persone” non sono entità statiche, che evolvono nel tempo e non è quindi sempre pertinente attribuire posizioni datate a qualcuno nel presente. Vero, ma sarebbe discorso stranoto. Piuttosto, allora, mi assumo il rischio di aprire una parentesi ben più complessa, che ha a che fare con la complessità della “persona” in sé, non con la sua evoluzione storica.

Al di fuori di ogni banalizzazione o ipocrisia, chi potrebbe infatti affermare di non indossare una maschera? Maschera che, in controtendenza alla vulgata psicologica, mi sento di non considerare necessariamente un male. Siamo esseri sociali, in grado per questo di filtrare le nostre pulsioni spontanee sulla base di ciò che riteniamo possa essere ritenuto tollerabile dalla società (nella quale riteniamo vantaggioso condurre la nostra vita). Certo, a volte questo fenomeno è causa di traumi e psicosi e va per questo contrastato, ma entro certi limiti è una protezione di cui l’evoluzione ci ha dotato. Siamo perfino dotati di “neuroni-specchio” che ci fanno soffrire quando vediamo soffrire il prossimo, così che sia la biologia stessa a imporci di modulare il nostro comportamento sulla base, anche, dei sentimenti altrui.

Dunque, pur se più o meno celate, tutti noi siamo attraversati da emozioni. Ma sono queste reprensibili, finché restano solo tali? Sono “perseguibili” finchè restano (salvo gaffe) confinate nel nostro spazio privato, sia esso la nostra interiorità o un perimetro sicuro, ad esempio coincidente con affetti in grado di cogliere l’ironia o lo sfogo nelle nostre parole e non prenderle sul serio? Lo sono, finché non costituiscono la base valoriale e ideologica sulla quale fondiamo il nostro approccio al mondo e non definiscono le nostre condotte sociali (ad esempio in politica o sul luogo di lavoro)?

La persona equilibrata, infatti, è ben lungi dal non sperimentarle. L’individuo “normale” sperimenta eccome lampi d’ira, di superficialità e di insensibilità La persona “normale” può essere vittima di retaggi, di ignoranza, di debolezze. Tuttavia ma li riconosce, si supera e (o) li filtra con la coscienza e con la ragione ed evita che condizionino i suoi pensieri più strutturati o, tanto più, le sue condotte. Questo “filtro” è ciò che fa di taluni uomini e donne virtuosi, non una presunta “verginità” morale. Artificiose negazioni rischiano, invece, di generare inutili frustrazioni e distrarci da ciò che davvero abbiamo diritto e dovere di valutare, soprattutto in chi gestisce il potere, a maggior ragione se politico e a maggior ragione in ordinamenti democratici: la visione del mondo, le condotte, le scelte.

Non bisognerebbe dunque chiedersi se Alessandro Di Battista abbia realmente pronunciato quelle parole o quanto tempo fa, ma se – alla luce di quanto sappiamo in generale di Di Battista – sia verosimile ritenere quelle parole uno specchio della sua visione del mondo o se siano spia di qualche concezione posta alla base delle sue condotte politiche e sociali. Se non è così, il fatto che possa, ogni tanto, sbottare con espressioni violente, non fa notizia. Certo, se le stesse parole fossero state pronunciate in Parlamento o durante un comizio, oppure scritte in un libro, sarebbe diverso. Lo sarebbe perché riuscirebbe più complicato supporre che siano frutto di un lampo di inconscio sfuggito al controllo.

Ma c’è di più, di cui ragionare. Dal momento che le parole di cui si discute sono contenute in un commento su Facebook, qui si innesta una riflessione ulteriore circa la rivoluzione tecnologica che ci ha colti tutti, psicologicamente, impreparati. I social network e internet in generale, uniti agli smart devices, infatti, mandano in crisi (e in soffitta) tutti i paradigmi sulla base dei quali il nostro cervello si è evoluto per milioni di anni.

Commentare con una frase violenta in un momento di stizza o enfasi sulla propria pagina Facebook, infatti, è tanto semplice quanto sbottare a tavola guardando il telegiornale ma, soprattutto se si è personaggi esposti (o lo si diventa dopo), ha le stesse conseguenze che avrebbe se accadesse in un comizio pubblico. Sui social, tramite smartphone, non siamo ostacolati da barriere temporali che obbligano a riflettere, come accade per le pubblicazioni classiche. Nel postare si è magari soli, si ha magari la convinzione di essere letti da pochi o nessuno, si agisce nell’immediatezza del fatto che ci ha magari reso nervosi, frustrati, esaltati. Certo, lucidamente tutto ciò ci è noto, ma è ormai consolidato nelle scienze cognitive che, in tempi ristretti, agiamo per automatismi.

Ovvio, c’è chi se ne approfitta, ma questo non cancella la realtà descritta. A tutti noi è capitato di pentirci amaramente di qualcosa pubblicato su internet (ma anche in una chat privata) sapendo che quella cosa, purtroppo, potrà teoricamente essere vista da chiunque e per sempre.

Nella realtà analogica esistono, invece, circostanze che agiscono sul nostro pensiero razionale o inconscio, le quali fanno da barriera. Nessuno, ad esempio, se ne uscirebbe mai con esternazioni violente o con complimenti troppo diretti verso qualcuno nell’audience durante una lezione universitaria, un discorso in parlamento o scrivendo un libro, nemmeno per superficialità. C’è chi lo fa, ma si tratta spesso di persone lucidamente persuase delle proprie posizioni sessiste, violente, razziste e via dicendo. In questi casi, non c’è dubbio che si tratti di persone censurabili e inadatte, ad esempio, a ricoprire cariche politiche in un mondo nel quale, per fortuna, si diffonde sempre di più una sensibilità egualitaria e anti-discriminatoria.

Il non farlo non è (nella maggior parte dei casi) ipocrisia. Non è (sempre), come sostengono le varie propaggini estremiste di ogni -ismo possibile e immaginabile, una forma astuta di occultamento delle proprie idee retrograde. Invece, spesso, è salute. Si tratta cioè del filtro, sano, che si attiva e che ci impone, quando qualcosa ci attraversa la mente solo per rabbia, umorismo, o condizionamento sociale, di tenercela per noi laddove possa far soffrire qualcuno e danneggiare così il prossimo e noi stessi.

Infischiarsene ed attaccare chi si dimostra, complessivamente, una persona equilibrata e sensibile solo perché qualche volta questo filtro non funziona, ha come risultato quello (nefasto) di selezionare non le persone migliori, ma quelle più capaci di giocare al gioco ipocrita dell’ostentazione di sentimenti finti e dell’insabbiamento, magari, di condotte reprensibilissime ed autenticamente radicate. Spesso, chi lo fa, non agisce in nome di nobili principi, ma della rabbia più cieca (magari anche giustificata da esperienze personali traumatiche). Ma la collettività deve difendere ciò che è utile a costruire un mondo migliore, non ciò che è funzionale a lenire la fame di vendetta di qualcuno.

L’ambiente online poi, dicevamo, è un catalizzatore eccezionale di questi fenomeni, sia perchè ci “inganna”, come detto sopra, sia perché si presta a fissare in memoria “atomi” di pensieri ed emozione, rendendoli pubblici ed eterni. Ma, non potendo né volendo abbandonare la tecnologia alla quale ci stiamo abituando, dobbiamo imparare a interpretare i fenomeni che da essa scaturiscono con buon senso. Nel caso di specie, occorre domandarsi se sia davvero utile utilizzare, per qualificare politicamente qualcuno, scampoli di inconscio o di leggerezza che emergono, più facilmente di un tempo, grazie alle nuove tecnologie o se sia meglio coltivare, anche nell’opinione pubblica, il senso critico necessario a indovinare quando davvero qualcuno sia politicamente “pericoloso”, scansando ogni assolutismo etico puramente illusorio, al quale le masse invece tendono naturalmente. Diversamente, rischieremo di trasformarci tutti in psicopolizia orwelliana, generando e/o selezionando mostri a causa della repressione incontrollata della nostra stessa umanità.

 

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