BLOG

Riforma giustizia e la soppressione dei tribunali

Avvocato e scrittore
Riforma giustizia e la soppressione dei tribunali

Erano gli ultimi giorni di agosto del 2011 quando Michele Vietti, avvocato e cattedratico, insediato sullo scranno di Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura dall’amico Pier Ferdinando Casini, lanciò un proclama che avrebbe avuto conseguenze negativissime nel panorama della giustizia italiana.

La grande crisi economica del 2009 aveva appena investito il pianeta e l’ansia di tutti i governi era quella di accelerarne l’uscita, affastellati tra uno spread crescente e le 3 A di un ranking, che cadevano come birilli, mentre a Wall Street si contavano i cocci dei fallimenti delle grandi banche stelle e strisce.

“Il riordino della geografia giudiziaria e la soppressione dei tribunali minori ci farà guadagnare 3 punti di P.I.L.”, disse l’uomo della politica neo-democristiana, fiero di essersi riempito la bocca del tema del momento e non sapendo, poverino, quel che stava per scatenare.

Il governo Berlusconi, il IV di questo nome, era alla frutta ma cercava disperatamente di resistere dando segnali a destra e a manca di efficienza e controllo della spesa e l’allora Ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma, subentrato appena un mese prima al dimissionario Angelino Alfano, si affannò a presentare un decreto legge, convertito poi in una legge delega, che conteneva i criteri per la soppressione di numerosi tribunali. Era il 14 settembre del 2011 e la legge portava il numero 148.

Appena un anno dopo il Ministro Paola Severino, lanzichenecca nel governo Monti, il cui eponimo nel frattempo era subentrato a Palazzo Chigi nel tentativo di ridare credibilità al paese dopo i disastri dell’uomo di Arcore, varò il decreto legislativo 155/2012 con il quale furono cancellati 37 tribunali e 220 sezioni distaccate.

“Una svolta epocale,” la definì il Ministro, una dei tanti cattedratici di quel governo che dimostrarono, come sempre, che l’eccesso di teoria allontana dai problemi del paese reale.

E fa niente che poi di quel risparmio, del quale la politica aveva innalzato il vessillo, non si vide nulla, visto che le spese dei tribunali le pagavano i comuni che li ospitavano e il costo più rilevante, quello del personale, non era stato risparmiato perché non si potevano licenziare le persone.

“Ma ne miglioriamo l’efficienza” , si disse da più parti, specie dalla magistratura e da quei giudici che, fuggiti dalle aule dei processi, occupavano i posti tecnici del Ministero rappresentandone la vera volontà esecutiva a dispetto di quella politica.

Peccato che i monitoraggi e gli studi successivi, tra cui uno mirabile di un noto giornale finanziario, stimarono tra quelli più efficienti d’Italia proprio quei tribunali la cui soppressione, in esecuzione di quel provvedimento definito dalla Severino epocale, era in itinere.

Parliamo per esempio dei 4 tribunali abruzzesi, di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto, la cui cancellazione era stata congelata per i problemi legati alla Corte d’Appello di L’Aquila ancora precaria per il terremoto del 2009.

Perché l’efficienza proclamata dai boiardi del ministero è ben diversa da quella d’uso comune nel pensiero dominante della buona amministrazione.

In effetti verrebbe spontaneo pensare, per efficiente, a un tribunale che sia a dimensione d’uomo, che abbia una durata breve dei processi, dei tempi ristretti per l’accesso agli uffici e per il ritiro dei documenti, una evasione puntuale di fascicoli e processi. E ancora che sia vicino ai cittadini, moralmente e fisicamente, e che non si debbano fare ore di percorrenza per raggiungerlo da uno qualunque dei comuni del suo circondario, appesantiti da una orografia montana e da una viabilità tortuosa che per fare 40 chilometri richiede due ore di viaggio, magari anche allietati da ghiaccio e neve.

Ma dalle parti di via Arenula non la pensavano così, anzi, di tali considerazioni non gliene poteva fregà di meno (ci si perdoni il francesismo).

E già. Perché di questa storia dei Tribunali ne parlavano da tempo, anzi, loro ne stavano parlando da decenni. Solo che nella prima repubblica c’era una politica che governava la grande finanza e gli apparati amministrativi dello stato. Le repubbliche successive ( seconda e l’attuale terza) sono state, aimè, dominate dai poteri economici e tirannegiate da quelli tecnocratici (vedi i disastri dei governi tecnici). Dalle parti del Palazzo dei Marescialli infatti hanno sempre avuto in testa l’idea che un giudice non dovesse saltare dal civile al penale, dai divorzi ai decreti ingiuntivi, dai pignoramenti immobiliari all’ordinanza di custodia cautelare da comminare nell’udienza preliminare.

Questo cambio continuo di materie era robaccia da avvocati e non una palestra ove cimentarsi in esperienze nuove ed allargare il proprio scibile giuridico. Non era una opportunità formativa ma piuttosto un faticoso fastidio a cui dare rimedio. E venne fuori il concetto tutto particolare di efficienza  legata ovviamente a quello di  specializzazione. Si pensò quindi che i tribunali ideali fossero quelli composti da un numero tale di giudici (oltre una trentina) da permettere a ognuno di essi di dedicarsi ad un pezzettino della scienza giuridica e pronunciare ed emettere sentenze con i container (tanto sarebbero state tutte le stesse: solo da cambiare, con il copia/incolla, i nomi delle parti) e fare quello per tutta la vita.

E fa niente se una tale riforma avrebbe creato solo delle megalopoli giudiziarie che avrebbero investito il cittadino con una agilità elefantiaca, fa niente se si sarebbero create delle cattedrali nel deserto distanti mille miglia dal paese reale, fa niente se un povero sventurato, per muoversi all’interno di tali alveari di giudici e cancellieri, avrebbe avuto bisogno del navigatore e del GPS, fa niente se interi territori della penisola sarebbero rimasti sguarniti di presidi giudiziari ancorché fossero all’interno, o adiacenti, a zone ad alta densità criminale, fa niente se aree che ospitavano, e ospitano,  carceri importanti e ad alta sicurezza, si sarebbero trovate all’improvviso sguarnite di uffici giudiziari esponendosi ai rischi di lunghi e pericolosi trasferimenti per permettere a detenuti temutissimi di partecipare alle udienze.

Come si dice dalla mie parti “se sta bene Rocco, sta bene tutta la Rocca”.

Poi le cose sono cambiate, quella riforma, che giaceva nelle fantasie di qualcuno tra i corridoi grigi del Ministero ed è stata silente per anni perché sopita da una politica che teneva a guardia certe spinte corporative, con il degrado della autorevolezza della classe di governo è rispuntata fuori ed è stata prepotentemente adottata proprio sulla spinta della tecnocrazia dei giudici.

Ed oggi ce la troviamo adottata con tutte le negatività di cui abbiamo fatto cenno.

Si potrebbe fare lo stesso discorso anche per altri settori della amministrazione pubblica come la Sanità, anch’essa spettatrice inerme di gravosi tagli di presidi in nome del risparmio della spesa, lasciando poveri di essi territori e popolazioni.

Ci si dimentica che certi settori della vita pubblica come la Giustizia o la Sanità sono servizi e non aziende e rispondono al criterio del soddisfacimento dei bisogni della comunità e non al realizzo di un  profitto.

Sono comparti che devono andare incontro al cittadino e non obbligarlo a inseguirli.

In fondo lo dissero anche i padri costituenti quando, formulando l’art.5 della Carta, sancirono che la Repubblica avrebbe favorito e adottato il decentramento amministrativo.

Solo che di questi sani principi ce ne siamo presto dimenticati e oggi guardiamo, in maniera bolsa e miope, alla riforma della Cartabia, (che si occupa solo di come eleggere i giudici nel plenum del C.S.M.), come a l’unica possibile e necessaria.

Più che quella, il Ministro proveniente dal Palazzo della Consulta avrebbe dovuto fare tante altre cose.

Ne abbiamo fatto cenno in una precedente riflessione pubblicata su queste colonne. E tra esse riformare la riforma della geografia giudiziaria, anzi adottare una vera controriforma e, se proprio volessimo spingerci all’estremo, non solo riaprendo tutti i tribunali chiusi, ma istituendone di nuovi per avvicinare tali servizi ai cittadini e  i cittadini ai giudici con più fiducia e maggiore speranza di ottenere giustizia vera.

Ma questi sarebbero sogni e i sogni, si sa, non si avverano mai, o quasi.

 

 

 

SCOPRI TUTTI GLI AUTORI