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Rifugiati, voci che gridano (nel deserto)

Giornalista
Rifugiati, voci che gridano (nel deserto)

C’è un popolo la cui voce grida nel deserto e che si muove spesso nell’indifferenza della grande politica e dei suoi grandi interessi: sono i rifugiati che secondo l’UNHCR è giunto al suo numero più alto negli ultimi cinquant’anni: quasi 100 milioni le persone. Persone e storie di abbandono del proprio paese in guerra, a causa di violenza e discriminazioni. Parliamo quindi di popolo che fugge (e cerca rifugio altrove) per povertà e carestia causate dai cambiamenti climatici, la cui tragedia interpella le coscienze di tutti, soprattutto noi figli di quel mare mediterraneo che aveva sentito come urgente e umanizzante quella filoxenia (di matrice greca e poi ebraico-cristiana) che è capacità di accogliere e integrare le diversità e farne un equilibrato e armonico sviluppo sociale.

Pochi passi avanti ma intermittenti e indolenti se vogliamo – dichiara il presidente della fondazione Migrantes Gian Carlo Perego – e se da una parte ” è apprezzabile la proposta europea che finalmente impegna ogni Paese, seppur in forma diversa, diretta o volontaria, alla solidarietà nei confronti di richiedenti asilo e rifugiati, dall’altra non si può non denunciare il ritorno alle deportazioni di ucraini in Russia e di migranti, per lo più asiatici, dall’Inghilterra in Rwanda, nonostante le condanne della Corte europea dei Diritti umani. Così come va negativamente segnalato  l’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo, sebbene siano diminuiti gli arrivi o la diversa attenzione prestata a richiedenti asilo e rifugiati di diversi Paesi; e – non ultimo –   la crescita di violenze nei campi profughi di Libia, Sud Sudan, Ciad.

L’UNHCR celebrerà la Giornata Mondiale del Rifugiati il 20 giugno con una tavola rotonda dal titolo Rifugiati, dall’asilo all’integrazione: partnership e soluzioni innovative per una crisi senza precedenti Rappresentanti istituzionali, del settore privato e della società civile si confronteranno sulla condivisione delle responsabilità nel trovare soluzioni durevoli che permettano ai rifugiati non solo di accedere all’asilo, ma anche di costruire un futuro migliore per sé e per le comunità che li accolgono.

 

 

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