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Roma, ecco FID: ripartire con un piano culturale allargando l’utilizzo del digitale

Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it
Roma, ecco FID: ripartire con un piano culturale allargando l’utilizzo del digitale

Rendere il digitale popolare. Assodato che la pandemia ha contribuito in maniera determinante al boom del digitale, l’obiettivo è ora quello di renderlo fruibile e a portata di tutti.

È la sfida di Fondazione Italia Digitale (https://www.fondazioneitaliadigitale.org/), presentata ieri mattina a Roma. Frutto di una convergenza di approcci, di vedute e di azioni da parte di diversi interpreti del settore (PA Social, Datamagazine.it, Lievito Consulting, Istituto Piepoli, Open Comunicazione, L’Eco della Stampa), FID nasce perché, dopo questi mesi così straordinariamente particolari, si è raggiunto un grado di consapevolezza digitale mai toccato prima.

La presentazione di ieri, avvenuta all’interno degli Utopia Studios, ha registrato la partecipazione di Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale, Patrizio Bianchi, ministro dell’Istruzione, Francesco Giorgino, direttore del Master Luiss in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale, Assuntela Messina, sottosegretario per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale, Enzo Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, e Anna Ascani, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo economico.

«È stata una partenza bellissima – spiega Francesco Di Costanzo, presidente di Fondazione Italia Digitale -, sia a livello di partecipazione che di contributi e di contenuti. Tutti, dal Comitato scientifico ai ministri e ai sottosegretari, hanno mostrato convergenza su ciò che c’è da fare: non solo investire sulle competenze, ma fare anche un passo successivo, che veda un piano ampio sulla cultura digitale e sui servizi e una risposta precisa di policy eque e all’altezza». «Digitale popolare» era il claim di questa giornata, ma è un po’ il percorso che la fondazione si pone di intraprendere. «Rendere normalità il digitale – prosegue Di Costanzo -, con un piano culturale del digitale. La logica in Italia ora muta, il nostro è un nuovo player, il primo a trazione completamente digitale, ed è stato un piacere vedere negli interventi istituzionali e degli esperti una comune voglia di lavoro e riconoscimento dell’esigenza di fare un salto di qualità su questi temi. Specie ora che il PNRR offre opportunità a livello di risorse e di centralità del tema».

Un argomento su cui tanto si dibatte oggi è quello dello smart working. La posizione di Di Costanzo e della FID è molto chiara. «Non bisogna buttare via l’esperienza della pandemia: ci sono realtà da organizzare meglio, ma non facciamo un passo indietro, piuttosto facciamone uno avanti. Questo è un cambiamento che non si arresta, ma va organizzato», chiude il presidente.

Proprio lo smart working è stato uno degli elementi al centro dell’indagine presentata nel corso della mattinata da Livio Gigliuto, vicepresidente di Istituto Piepoli e membro del Cda di Fondazione Italia Digitale. «C’è una precondizione di base da sottolineare – spiega Gigliuto -: in questi mesi sono state condotte ricerche incentrate interamente sul consenso nei confronti di questa nuova tipologia di lavoro. Stavolta abbiamo scelto di porre due domande diverse. Nella prima abbiamo chiesto se per i cittadini lo sw migliora l’esperienza lavorativa o invece prevalgono i rischi. Per trequarti della popolazione le opportunità prevalgono sui rischi. Ma il dato realmente interessante è che a pensarla in questo modo è la stragrande maggioranza (il 70%) di chi pensavamo fosse escluso dalla fruizione del digitale (over 55, over 60)».

La seconda domanda ha riguardato l’integrazione delle persone più fragili: questa modalità di lavoro permette di abbattere tale barriera? «La risposta è un plebiscito: per l’84% degli italiani permette una maggiore inclusione nel mondo del lavoro di persone e profili che prima avevano difficoltà con la modalità in presenza. Emerge cioè che il lavoro migliora, in assoluto e relativamente ai lavoratori fragili.

Non è che gli italiani non vogliano tornare in ufficio – prosegue Gigliuto, che è anche direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Comunicazione Digitale -, ma hanno potuto vedere (sia i cittadini che le aziende) che l’utilizzo di entrambi gli strumenti – lavoro da casa e lavoro in ufficio – è un’ibridazione funzionale a entrambi gli universi, quello dei lavoratori e quello delle imprese (che non solo risparmiano, ma si trovano un lavoratore molto migliorato nella qualità della vita). È un sistema che va organizzato al meglio per renderlo strutturale. Insomma, la chiosa è che l’alternanza tra i due modelli fa bene, anche se ogni azienda sceglie un modello. Qualcosa la pandemia ha cambiato, inutile nasconderlo. La storia ha preso la via – chiude il vicepresidente di Istituto Piepoli -, la pandemia ha accelerato in ogni campo processi che già esistevano. Tra questi, il lavoro da casa».

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