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Salviamo il turismo. Partendo da quello di ritorno

Senatrice
Salviamo il turismo. Partendo da quello di ritorno

Non sarà un’estate come le altre. L’emergenza sanitaria ha provocato una paralisi dell’intera filiera turistica. Una filiera che, da sola, genera circa il 12 per cento del Pil italiano. Già nel primo semestre del 2020, secondo la CNA, i ricavi del turismo hanno subito una contrazione del 67% e si stima che tra luglio e settembre mancheranno all’appello circa 25 milioni di turisti stranieri. Un vuoto inquietante che è destinato a produrre un giro d’affari tre volte inferiore rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno scorso (16 miliardi di euro anziché 57).

Numeri drammatici, davanti ai quali dobbiamo reagire ricorrendo a tutti gli strumenti a nostra disposizione per favorire la ripresa del turismo. A partire dalla valorizzazione del turismo di ritorno. Un tesoretto in potenza, che non si lascia intimidire dalla crisi. E che al contrario, potrebbe venire ulteriormente alimentato dalla stessa. Perché è mosso dall’amore per la propria terra che nutrono gli oltre cinque milioni di connazionali in giro per il mondo. Italiani che hanno vissuto con grande angoscia e partecipazione l’emergenza da coronavirus in Italia e che non vedono l’ora di tornare dai propri affetti, e di potere essere di aiuto alle proprie località natie, a superare la conseguenze della crisi economica in atto. Portando spesso con sé amici e familiari acquisiti nel paese di arrivo. Stranieri che, una volta arrivati in Italia, si trasformano essi stessi in consumatori insaziabili delle bellezze del Belpaese. Appassionati amanti dell’Italia, pronti a tornare di nuovo. Turisti fedeli che, una volta rientrati nei loro rispettivi paesi di residenza, diventano i migliori ambasciatori del brand Italia e dell’Italian way of life.

Proprio per favorire questo tipo di turismo di ritorno, legato ai nostri connazionali residenti all’estero, sarebbe utile ascoltare l‘appello di bravi amministratori di piccole comunità del sud. Come Santo Borsellino, Sindaco di Cattolica Eraclea, o Giovanni Ferro, Sindaco di Mirabella Imbaccari, o Mario Antonio Amato, Sindaco di Carfizzi. Sono alcuni dei tanti che chiedono l‘abolizione dell’Imu sugli immobili di proprietà per i concittadini residenti all’estero.

Sono località che nel corso del tempo hanno sperimentato forti ondate migratorie e contano numerosi iscritti all‘Aire (Anagrafe Italiani Residenti all‘Estero). Bravi Sindaci, che sanno bene quanto sia prezioso per il loro territorio curare i rapporti con i propri concittadini all’estero. Connazionali che tengono in ordine le proprie case di proprietà, trascorrono le vacanze in paese, investono lì i propri risparmi. Contribuendo, spesso in modo determinante, a tenere viva un’intera comunità.

Dal 2015, col Governo Renzi, avevamo previsto l’esenzione dal pagamento dell’Imu sull’immobile posseduto in Italia (almeno) per i pensionati italiani residenti all’estero. E con lo stesso intento, ci eravamo posti l’obiettivo di estendere l’esonero a tutti gli iscritti Aire. Con l‘ultima legge di Bilancio invece, a causa di una procedura di infrazione europea pendente, anziché sanare la situazione si è abolita l‘esenzione. Creando amarezza tra i connazionali e provocando la messa in vendita di innumerevoli immobili, con un conseguente ulteriore crollo del valore immobiliare ed urbanistico di interi centri urbani, soprattutto al Sud Italia.

Grazie alla lungimiranza di bravi amministratori, sempre più sindaci si stanno attivando: sono talmente convinti dell’utilità di abolire l‘Imu per i propri concittadini all’estero, che, pur di tenerli ancorati alla propria terra, si stanno apprestando ad esonerarli a loro spese, attraverso delibere di giunta. Accollandosi però oneri sproporzionati per le esigue disponibilità di bilancio di piccole amministrazioni. A volte in situazioni di dissesto.

Ecco che io credo che vada preso molto sul serio il loro sforzo e l‘appello di  cui si fanno promotori per la reintroduzione, a livello nazionale, dell‘esonero dell‘Imu per i connazionali residenti all‘estero. Investire sul legame degli italiani nel mondo con la propria terra d’origine vuol dire non solo curare i rapporti identitari e culturali di cittadini del mondo con le proprie radici (già di per sé molto importanti), ma vuol dire anche aiutare economicamente e socialmente tanti territori periferici dell’Italia, spesso al Sud, contro il rischio spopolamento. In altre parole vuol dire portare ricchezza alle nostre città. Ricchezza economica, ma anche umana. Significa cioè rendere le località più belle. Più attraenti. Più vive.

Secondo me vale la pena di provarci.

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