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Siamo in crisi demografica, non dimentichiamolo

Giornalista
Siamo in crisi demografica, non dimentichiamolo

In tema di crisi demografica, se stiamo alla metafora delle stagioni continua a non avere senso vestirsi leggeri quando fuori è inverno rigido. E nel nostro paese stiamo a livelli di criticità altissima ma col paradosso che – appunto – da anni non facciamo il cambio di stagione, stiamo col guardaroba estivo piuttosto che attrezzati per il lungo inverno. 

Alessandro Rosina, docente e analista sui temi demografici è una delle poche voci profetiche (purtroppo poco ascoltate dalla classe dirigente) a porre l’attenzione su quello che a mio avviso dovrebbe essere  la madre di tutte le questioni, il baricentro di ogni piattaforma politica e sociale per la ripresa italiana ed europea ovvero il crollo delle nascite. Ultimamente, nel suo ultimo saggio per Vita e Pensiero Rosina sistematizza puntualmente quanto già affrontato nei suoi articoli (Avvenire, l’Espresso) e in numerose ricerche dalle quali abbiamo un quadro drammatico per usare un eufemismo: il buio demografico non è, filosoficamente parlando, un accidente ma la sostanza dei mali del nostro sistema paese. Culle vuote e Debito pieno (oltretutto altissimo in Italia) ci hanno messo in una condizione de facto di default strutturale sul piano previdenziale. E  fino a quando non si prende coscienza che questa involuzione inversa sociale e culturale ha già compromesso la tenuta del nostro welfare allora rischiamo un disastro sistemico e, si legge, insostenibile sul medio e lungo termine. I dati emersi leggendo il libro sono drammatici e ci troviamo – concordo con l’autore –   con uno dei peggiori intrecci nelle economie mature avanzate tra crisi demografica e questione generazionale,. Gli squilibri demografici stanno sempre più riversando i propri effetti all’interno della popolazione attiva. Attualmente in Italia, la fascia dei 30-34enni risulta decurtata di circa un terzo rispetto a quella dei 50-54enni: valori inediti sia rispetto al passato sia nel confronto con il resto d’Europa.

Il saggio di Rosina –  andrebbe portato sul tavolo del governo e di tutti gli attori sociali ed è di immediata fruizione poichè parte dalle radici del problema (ieri) le cui ricadute sul presente (oggi) impongono scelte per invertire (domani) gli attuali trend negativi .  Il punto focale è che l’Italia ha totalmente dimenticato il legame tra popolazione e futuro, cardini sui quali ha costruito la sua storia repubblicana almeno per il primo trentennio post bellico. E il succedersi delle generazioni, l’insieme delle loro  storie e risorse che – analogamente al concetto di traditio –  si consegnano nel tempo dai nonni ai padri e alle madri, e da essi a figli, figlie e nipoti in un circolo virtuoso di fiducia nel futuro, non è qualcosa di astratto e quantomeno non può rimanere sulla carta. 

Per l’autore, parafrasando la ormai nota definizione del premier Draghi sul debito buono, la crescita demografica è la condizione che alimenta una tensione positiva capace di far progredire un paese, offrirgli prospettive di crescita, benessere e solidarietà. In questo senso viene rivendicata la forza dell’analisi demografica, cruciale per ogni cabina di regia anche per la messa a terra del piano di ripresa e resilienza condiviso in Europa. La demografia,  scrive Rosina, ha una sua forte inerzia che da un lato la rende efficace per delineare scenari future; dall’altro però è implacabile per chi la ignora e non mette in campo scelte lungimiranti. Ciononostante, continuiamo a essere uno dei Paesi con la peggior combinazione di bassa fecondità, bassa occupazione femminile, alto rischio di povertà per le famiglie che vanno oltre il secondo figlio, e crollare negli ultimi anni sono state soprattutto le nascite da parte di genitori sotto i 35 anni. La recessione demografica porta con sé anche recessione economica, incapacità a crescere sul piano della qualità dell’istruzione, la mancata spesa in ricerca e sviluppo,  problemi sul debito e sulla sostenibilità dei servizi, maggiori difficoltà di spesa per sostenere le aree depresse.

Da settimane si è fatto qualche passo iniziale come l’assegno universale per i figli (perso nei meandri del Senato dal 2014 e rimesso in campo solamente nei mesi scorsi e offerto da marzo 2022). Una misura che prova a dare una svolta alle politiche familiari che – afferma Rosina –  per essere solide ed efficaci, devono essere costruite su due assi ben integrati tra di loro: quello delle misure di armonizzazione tra lavoro e famiglia, da un lato, e quello del sostegno economico alle necessità di cura e crescita dei figli, dall’altro. Da giorni si discute sulla platea a cui accreditare la misura (ne parla Veronica De Romanis su La Stampa) e magari la quota sarà soggetta al principio di progressività ma è comunque un inizio di cambio di passo o almeno lo speriamo. 

Rimane sullo sfondo la criticità osservata in precedenza, ovvero la mancata lettura strutturale del problema: con i soli bonus non spostiamo la questione mentre  la quadriade nascite-famiglie-scuola-giovani dovrà diventare l’impalcatura su cui costruire le politiche sociali e culturali degne di una democrazia che si ritiene avanzata come la nostra. Se le misure non saranno  scorporate fra loro ma rientreranno in un paradigma economico e  culturale organico allora si riveleranno efficaci per la ristrutturazione del welfare. 

Ad ogni modo, prendere sul serio questa crisi demografica – scrive Rosina –  da parte della politica (ma anche  dei sindacati, delle imprese e dei media) sarebbe l’inizio di un percorso che superi gli squilibri attuali. Senza mai dimenticare che, essendo le generazioni tra loro interdipendenti, il benessere degli anziani dipende dalla condizione dei giovani, il sostegno alle famiglie di oggi costruisce progetti di vita delle famiglie di domani. 

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