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Sul Nutriscore, è necessaria una posizione di compromesso ragionevole

Consigliera politica al Parlamento europeo
Sul Nutriscore, è necessaria una posizione di compromesso ragionevole

Nell’ambito della strategia Farm to Fork, la Commissione europea ha raccomandato l’adozione di un sistema europeo di etichettatura nutrizionale unico per i prodotti alimentari. L’etichettatura front of pack ha lo scopo di dare al consumatore un’informazione più sintetica di quella fornita dalla lista degli ingredienti e dai valori nutrizionali. Al momento la Commissione sta valutando i vari sistemi di etichettatura. Entro la fine del 2022 presenterà una proposta legislativa in tal senso e dato che il modello Nutriscore è il più diffuso – in quanto già adottato in Francia, Belgio, Germania e Lussemburgo, tra gli altri – è probabile che anche la Commissione europea possa optare per questa soluzione.

Molti paesi si interrogano sull’efficacia del Nutriscore, dei dubbi sorgono persino in Francia, paese dove il sistema fu inventato. Ma l’opposizione più virulenta viene dall’Italia che ha proposto un sistema alternativo detto NutrInform Battery. Il sistema di etichettatura proposto dall’Italia sembra essere più completo ma è meno immediato e quindi non sembra rispondere allo scopo ricercato e cioè l’informazione rapida del consumatore. È quindi poco probabile che la Commissione lo prenda in considerazione e che trovi consenso fra gli altri Stati membri e al Parlamento europeo.

A default di un sistema alternativo al Nutriscore; l’Italia avanza l’ipotesi “zero etichetta”. Sono molte le voci in Italia, anche autorevoli e istituzionali, a cominciare dal ministro Patuanelli, che chiedono l’eliminazione dell’etichettatura front of pack per tutti i prodotti alimentari (l’ipotesi di un’etichetta nutrizionale “F” nera per il vino è una proposta avanzata da qualche associazione di lotta contro l’alcolismo ma non è, per fortuna, un’ipotesi allo studio in Europa). La posizione “no Nutriscore” è minoritaria e l’Italia rischia di trovarsi isolata. Lavorare ad un compromesso ragionevole è quello che permetterà di salvaguardare il Made in Italy e le sue specificità.

 

Facciamo un passo indietro, perché a forza di discussioni, si rischia di non ricordarsi più perché l’idea di un’etichettatura d’informazione del consumatore è nata. Esiste oggi una pandemia perenne nel mondo e sempre di più in Europa che è quella dell’obesità, con profonde ricadute sulla qualità e sull’aspettativa di vita. Il 59% degli adulti europei e quasi 1 bambino su 3 (29% dei maschi e 27% delle femmine) è in sovrappeso o è affetto dall’obesità (fonte OMS). Sovrappeso e obesità causano più di 1,2 milioni di decessi all’anno, corrispondenti a oltre il 13% della mortalità totale in Europa. Per l’Italia si può stimare che i costi sociali dell’obesità rappresentino almeno il 4% della spesa sanitaria italiana e che il complesso dei costi sociali valga qualche punto percentuale di Pil (fonte Università Bocconi).

È chiaro che pensare che il Nutriscore sia la risposta alla pandemia di obesità sia assurdo, ma è altrettanto chiaro che visti gli impatti sulla salute pubblica è impensabile che i decisori europei restino con le mani in mano; quindi l’etichetta front of pack ci sarà, resta da determinare quale e per quali prodotti. Andare allo scontro non porterà alla vittoria. Al di là della necessità di migliorare l’algoritmo che è alla base del Nutriscore, è necessario stabilire una linea rossa nella negoziazione e cioè dire con forza che il Nutriscore deve essere applicato unicamente ai prodotti ultra trasformati e non ai prodotti semplici.

Per prodotti semplici si intende: frutta, verdura, pane, latte, formaggio, olio, miele, cerne e derivati, ecc. L’equilibrio nutrizionale è ottenuto attraverso un mix di alimenti, che se presi singolarmente, sono tutti disequilibrati. L’intelligenza alimentare dettata da un’educazione alimentare permette di fare delle scelte e di fare un mix più o meno equilibrato. Per esempio, tutti gli oli di oliva sono “D” sulla scala del Nutriscore e questo non va bene perché tutti i nutrizionisti si accordano per dire che il nostro corpo ha bisogno anche di un po’ di grassi per essere in salute.

Dove invece il Nutriscore può essere molto utile è quando la mano dell’uomo compone e decide di mettere più o meno sale, più o meno zuccheri o grassi, in un piatto cucinato o surgelato. Secondo il Rapporto Coop 2019, in Italia, in 20 anni si è dimezzato il tempo impiegato a cucinare. Gli Italiani sono sempre più clienti di piatti pronti o instant food (+9,3% in un anno) e di food delivery. Quindi, dare al consumatore la possibilità di scegliere fra 5 diversi tipi di lasagne surgelate, ha un senso ed è necessario, oltre al fatto che può anche incitare gli industriali a formulare ricette più sane in modo da avere i loro prodotti in categorie “A”, “B” o “C” sul Nutriscore.

Ma applicare il Nutriscore a tutti i prodotti, semplici come trasformati, ne distorce invece il senso e la sua ragione di esistere, perché il consumatore finisce per confrontare cose che non sono confrontabili. Vi faccio un esempio che viene dal mio quotidiano di mamma: mia figlia 13enne si è lamentata perché mi sono rifiutata di comprarle i cookies Nutriscore “E” ma le faccio mangiare il Pesto fresco genovese, che anche lui è “E” sul Nutriscore! Il Nutriscore non è stato inventato per comparare categorie diverse di cibo o bevande, eppure è quello che accade nel momento in cui il semaforo nutrizionale è presente su tutti i prodotti.

Inoltre, applicando il Nutriscore ai prodotti ultra trasformati assume senso il calcolo basato su 100g di prodotto. È normale mangiare una porzione da 100g di lasagne surgelate, mentre non è comune mangiare 100g di parmigiano o di gorgonzola in un solo pasto! In conclusione, va sottolineato che il determinismo sociale dell’obesità è troppo spesso dimenticato nelle discussioni europee. Malgrado il Nutriscore rosso, il criterio d’acquisto resta il prezzo per una parte sempre più importante della popolazione. L’etichetta front of pack sarà quindi efficace solo se limitata ai prodotti ultra trasformati industriali e se accompagnata da una politica di educazione alimentare e di sostegno all’acquisto di prodotti di qualità per tutti, compresi i meno abbienti.

 

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