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Terremoti e pandemie, l’Italia è una grande Irpinia: l’ultimo libro di Picone a quarant’anni dal sisma

Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it
Terremoti e pandemie, l’Italia è una grande Irpinia: l’ultimo libro di Picone a quarant’anni dal sisma

In Irpinia il terremoto è una ferita ancora troppo aperta. È un conto ancora ben aperto col passato, un boa che ha quasi affogato e che deve ancora mollare la presa.

Quando un anniversario raggiunge una cifra tonda, poi, il ricordo è sempre più vivo e più chiaro. Quarant’anni sono quarant’anni. Poco meno della metà della speranza media di vita. Eppure, sembrano infinitamente di più, se si considera tutto il progresso che nel frattempo abbiamo conosciuto.

Inevitabilmente, sono tante le iniziative organizzate per celebrare e mantenere in piedi la memoria. Civili, ma anche letterarie. “Paesaggio con rovine” (Mondadori-Strade Blu, 228 ppgg, 18 Euro) è l’ultimo libro di Generoso Picone, giornalista e scrittore avellinese, già capo della redazione di Avellino de Il Mattino. Con lo sguardo attento ai minimi particolari e la voglia e la lucidità proprie dei giornalisti che non aspettano un fatto, piuttosto gli vanno incontro, Picone descrive la famosa area del cratere, partendo dalla Sella di Conza, il valico che convenzionalmente segna la fine dell’Appennino campano e l’inizio di quello lucano ma anche, a 10 chilometri di profondità, il punto esatto dove il 23 novembre (in Irpinia non c’è bisogno di affiancarci l’anno) la terra scatenò tutta la sua violenza, cavalcando una faglia lunga 60 chilometri e larga 15.

L’autore lo fa ricordando fotografie, immagini, frammenti di servizi televisivi, titoli di giornale di quei giorni, in cui s’invitava a “fare presto” senza però sapere ancora la reale vastità della tragedia. Affianca quel dramma a quelli temporalmente più vicini, come il sisma del Centro Italia di quattro anni fa.

E anche nell’80, come oggi, la tragedia aveva differenti risvolti: umani, sanitari, sociali, economici. Con grandissima delicatezza, Picone sottolinea i diversi punti di contatto tra il dramma che quattro decadi fa sconvolse per sempre la vita dell’Irpinia e quello che oggi sta cambiando il corso della storia. In maniera particolare, colpisce la riflessione sulla morte. Anzi, sulle morti, che, quasi come si trasformassero in una tragica abitudine, diventano nient’altro che un numero. Niente più che un numero. “Ci siamo piegati alle cifre?”, si chiede Picone, quasi implorando un ritorno al vero significato umano, sociale e non meramente statistico dei numeri di un dramma. Che sia il dramma del terremoto o quello della pandemia. Anche perché quando ballano cifre, il falso è sempre dietro l’angolo. “Ci sono tre modi di mentire: le bugie, le menzogne e le statistiche”, scrive l’autore citando l’ex primo ministro britannico Benjamin Disraeli.

Sempre riguardo all’accostamento tra terremoto e pandemia, è incredibile la similitudine, che Picone riporta con scrupolo, tra  Lioni e Bergamo, di cui viene ricordata la terribile scena dei camion militari in processione per le strade della città con dentro decine e decine di bare. La cittadina altirpina, tra le più colpite dal sisma, subito dopo il 23 novembre fu la base di Campo Bergamo. Tra i volontari, guarda il destino, l’attuale primo cittadino della Città dei Mille. “Giorgio Gori conosce il cratere dell’Irpinia e ora pure il suo. Oggi sindaco della martoriata Bergamo, quarant’anni fa, giovane volontario, accorse a Lioni a scavare tra le macerie, a montare tende. Campo Bergamo a lungo a Lioni è stato il riferimento dei soccorsi e della solidarietà e oggi un murale (…) testimonia l’amicizia, con due mani che si cercano per stringersi”.

Insomma, le tragedie si ripetono diverse, ma l’impatto sulla gente non è assai dissimile. Certo, c’è il parallelo con altre devastazioni, come appunto quella di Bergamo, ma al centro dello scritto resta il terremoto. Il salto al 2016, con la tragedia di Amatrice, fa emergere chiara, netta, nitida, un’osservazione che pare banale, e che invece è di una importanza basilare. In un’Italia che per gran parte vive col rischio di ballare da un momento all’altro, è cambiato pochissimo. I terremoti non si possono prevedere, ma cos’è stato fatto per smorzarne gli effetti distruttivi? Quanto è stato investito strutturalmente per mettere in sicurezza case, famiglie, paesi, territori?

L’Irpinia era un fazzoletto di terra povero, è divenuto quasi irrilevante. E, nonostante non sia l’unica caratteristica di un territorio che anche dopo il sisma ha conosciuto diffuse oasi di positività e numerosi esempi concreti di buone pratiche, ciò è causa di una ricostruzione che non è stata pienamente tale, ma che è stata caratterizzata da troppe ruberie, misfatti, ritardi, da parte di chi ha pensato poco a ricostruire e troppo al proprio tornaconto.

“Da chi ha utilizzato l’Irpinia come un mezzo e non come un fine”.

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