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Trattamento Sanitario Obbligatorio

© https://www.valdelsa.net/files/news/anziani6.jpg
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Premessa importante: non sono né un virologo, né un immunologo.

Sono un cittadino comune, che, come tutti, si trova travolto da quanto di più sconvolgente la mente umana avrebbe potuto immaginarsi.

Affermazione falsa, in realtà. Se è vero che, ormai da molti, lunghi anni, esperti e persone influenti, quali Bill Gates, avevano lanciato un monito. Che alcuni Paesi hanno saputo ascoltare, altri molto meno. Ecco perché, sentendo parlare di modello Italia, mi vengono i brividi. Errori grossolani nella gestione dell’evento, mancata applicazione dei protocolli sanitari, totale mancanza dei dispositivi di sicurezza hanno portato la nostra nazione a diventare l’epicentro della crisi.

Sentire che, molto probabilmente, lo spread dei contagi sia partito proprio dagli ospedali rappresenta il dramma nel dramma: i luoghi preposti alla cura divengono il vettore del virus, facendo esplodere l’epidemia in località impensabili, come Alzano Lombardo o Vo’ Euganeo.

Una buona dose di strafottenza e di incuria, da parte di politici impreparati, ha fatto sì che si prendesse realmente carico del problema, ma fuori tempo massimo.

E, dunque, navigando a vista, non si è potuto fare altro che applicare la soluzione più estrema: proporre un Trattamento Sanitario Obbligatorio a tutti (quasi tutti) noi.

Chiusi in casa, segregati, a tempo indeterminato. Di nuovo, dramma nel dramma.

L’utilizzo di termini quasi concettuali come rarefazione sociale o distanziamento non indorano la pillola. Suggerire che, per impedire il contagio, vada impedito il contatto ha qualcosa di medievaleCome quando si legavano i matti alla catena. Certo, è meccanico. Dunque, indubbiamente funziona. Ma in quanto tempo? Due anni legati in casa?

E poi, una volta fuori dalla gabbia? Al primo colpo di tosse, tutti dentro?

Prima la salute, d’accordoMa qual è il concetto di salute? Forse quello che applicava mia nonna quando ero piccolo: Giordano, hai mangiato?

Non siamo dei virus, noiNon è sufficiente nutrirci per definirci vivi.

E soprattutto, per mangiare – questo lo diceva mio nonno – bisogna lavorare. Ma se siamo soggetti a TSO, come facciamo a lavorare?

Signori, riprendiamo in mano la nostra vita: anche in questo caso, è stata scelta una soluzione medievale. Meccanica. Lapalissiana. Andare a lavorare è pericoloso? Bene, non si lavora più.

Non funziona così! Si doveva mettere la produzione in sicurezza, trovare finalmente gli agognati DPI, ricercare i sommersi intensificando i tamponi. Ma, ripeto, non sono un medico: non è di questo che voglio (non ne ho le competenze) scrivere.

Al contrario, più che parlare di tamponi, mi preme riprendere un discorso, che viene dato un po’ troppo per scontato.

Qualcuno, della stampa e non, proseguendo la metafora della guerra, così di moda in questo periodo, pur di pessimo gusto, ha suggerito che il virus è una livella. Brutta, bruttissima bugia. Che, se proferita in cattiva fede, è anche molto molto pericolosa.

Le guerre, tutte le guerre, prevedono la legge marziale, la dittaturaDurante le guerre, non c’è spazio per le differenze. Tutti uniti per sconfiggere il nemico. Non c’è posto, non c’è tempo per le persone più fragili, coloro che non riescono a seguire l’interesse collettivo dichiarato, non perché egoisti. Semplicemente perché diversi.

E non parliamo di un nucleo ristretto: ci sono i malati psichici, i portatori di disabilità fisiche, coloro che vivono in contesti familiari difficili o violenti, i tossicodipendenti, i senza tetto o senza fissa dimora. Semplicemente quelli più poveri, magari costretti a vivere in abitazioni molto molto esigue e magari con nuclei familiari corposi.

Ci sono le persone che, in questo momento, hanno perso tutto e sono in preda a terribili preoccupazioni, quelle di non riuscire a riprendere il lavoro, a non coprire i debiti, i leasing, ecc. ecc.

O soltanto persone più deboli, che, ad esempio, vivono sole, e fanno molta fatica ad affrontare la reclusione forzata.

Voglio dire, ribadire, ripetere, sottolineare dieci volte che il sacrificio richiesto NON è uguale per tutti. Non è vero che ci sono i cattivi, gli untori, i furbetti. Per carità, in qualche caso è anche vero. Ma, probabilmente, le situazioni complesse sono, senza dubbio, superiori. Impossibile non tenerne conto.

Bene ha fatto il governo, tardivamente (meglio tardi che mai), a depenalizzare i controlli, sostituendo le denunce con sanzioni.

Ma è il momento di capire che è necessario prendere in mano la situazione. Per non lasciare tutti quanti nell’angoscia. Cercare di stabilire delle tempistiche certe. Smettere di modificare decreti, moduli, autocertificazioni. Pensare a criteri e strategie efficaci per riprendere in sicurezza e al più presto. Si è parlato di fasce d’età, potrebbe essere un primo passo. Soprattutto, provvedere ad un’urgente sburocratizzazione: non è possibile pretendere di acquistare i dispositivi mediante le gare Consip. E’ qualcosa di ridicolo, di delittuoso. Continuiamo ad avere una situazione insostenibile tra il personale sanitario, quando, al contrario, tutti noi avremmo il diritto/dovere di essere equipaggiati. Per tornare ad essere operativi, se non VIVI, in sicurezza.

Ho sentito parlare di violazioni della privacy, a chi proponeva di affidarsi alla tecnologia mobile per tracciare i contagi. Ma come? Non ci si preoccupa di chiudere in casa un’intera nazione ed impiegare i droni per controllarla, e poi si pensa alla privacy?

Sono tutti paradossi che ci stanno rendendo un Paese molto, troppo fragile. L’incidenza della mortalità, soprattutto se comparata ad altre nazioni, evidenzia delle gigantesche falle. Trovo sia necessario, al più presto, porsi qualche domanda: la colpa delle morti sono veramente i fuggiaschi che passeggiano di nascosto al parco? In un momento come questo, non possiamo giocare allo scaricabarile, sulla pelle dei cittadini. Che, nel frattempo, sono finiti in cassintegrazione straordinaria. Diamoci una mossa.

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