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Trattoria da Franco, un luogo della memoria?

Trattoria da Franco © Giordano Di Fiore, 2020
Trattoria da Franco © Giordano Di Fiore, 2020

Trattoria da Franco, un luogo della memoria? L’Italia, come si sa, è il Paese della buona tavola.

Tuttavia, a differenza di praticamente tutte le altre nazioni, in Italia mangiare bene non è legato al grande ristorante, allo chef stellato, realtà che, per molti di noi, anche prima dell’emergenza coronavirus, non erano avvicinabili nemmeno con il teleobiettivo.

Nonostante le decine di format inutili, che hanno equiparato chef a calciatori e cantanti (insomma ai vip), da noi la buona tavola è legata indissolubilmente alla SEMPLICITA’.

Già, perché, come tutti sappiamo, la nostra nazione, lunga e stretta, è un crogiuolo di tradizioni millenarie, provenienti da culture ancestrali. E la nostra biodiversità è unica al mondo. Pertanto, la nostra terra è in grado di regalarci, grazie alla sapienza degli agricoltori, un’infinita varietà di prodotti. Talvolta, comuni distanti pochi chilometri possiedono delle specificità particolari: vitigni autoctoni, frutte e verdure assolutamente uniche. Un po’ come i dialetti, con le loro cangianti sfumature, anche da una casa all’altra.

Ebbene, la semplicità a tavola si traduce nel piatto cucinato in famiglia, non nell’accostamento eclettico del bravo chef creativo. Che è anch’essa una risorsa fondamentale, una ulteriore rappresentazione del genio italico. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

La semplicità a tavola è un bicchiere di vino, magari un semplice spaghetto con un pomodorino squisito, una fetta di pane casereccio, e molte chiacchiere.

L’Italia, fino al secondo dopoguerra, è stata un Paese agricolo. Fondato su piccole comunità, prima ancora che sul lavoro. Pertanto, il progressivo inurbamento ha cercato di tradurre in chiave contemporanea quello che era il linguaggio della tradizione.

Ecco che le grandi città, insieme ai ristoranti di livello, ai ristoranti etnici e tantissime altre esperienze culinarie, hanno, negli anni, visto un grande fiorire di osterie e trattorie. Spesso a conduzione familiare. Ovvero: la famiglia, quella di cui si parlava sopra, si fa impresa e porta la sua esperienza millenaria al pubblico.

Milano, in questo, è un’esperienza a sé. Da città inclusiva qual è, Milano ha visto, dagli anni ’50, il fiorire dei cosiddetti trani. Nome derivante dalla nota città pugliese, ad indicare come l’emigrazione dal sud avesse arricchito la città di decine di trattorie. I pugliesi, a Milano, si sono sempre integrati meglio degli altri. Ce lo insegna il famoso “terrunciello“, il personaggio che ha reso celebre Diego Abatantuono negli anni ’80, pur avendolo preso a prestito dal collega comico Porcaro. In particolare, ortofrutta e ristorazione a conduzione familiare sono stati le grandi specialità della Puglia a Milano. Perfino Giorgio Gaber si è sentito gioioso di rappresentare locali tanto UMANI, nella sua celebre Trani a Gogò.

Locali spesso scarni, a volte angusti, piccolini, mal areati. Magari mal arredati, un poco kitsch. Ma CALDI.

Perché non c’è semplicità senza calore, e questo binomio perfetto si traduce nella CONVIVIALITA’, termine un poco in disuso, che l’attuale crisi ha riportato alla nostra attenzione.

A volte, per parlare proprio col cuore in mano, in alcuni di questi posti non si mangia nemmeno benissimo, o magari non tutti i giorni (proprio perché sono umani, e non serializzati). MA NON IMPORTA.

Il bello di questi posti è proprio lo stare insieme. In piccoli spazi. Far due chiacchiere col tavolo a fianco. Col cameriere. Con l’oste (che spesso coincide con il cameriere!).

Trattoria da Franco è uno di questi leggendari locali milanesi. In via Farini da chissà quanti anni. Ma c’è anche La Giara, la Trattoria della Pasta e Fagioli, e tantissimi altri.

Perché ne scrivo? Perché fa male camminarci accanto, e vederli irrimediabilmente chiusi.

E, diciamocelo chiaramente: la Trattoria da Franco non potrà mai riaprire con il plexiglas, con le distanze, con le visiere. Non solo per l’assenza di spazio (è un buco!). Ma perché non avrebbe alcun senso. Sterilizzare la convivialità è un suicidio assistito. A questo punto, meglio stare a casa.

Locali già tartassati da tonnellate di burocrazia, da leggi assurde (e il doppio lavello, il triplo frigo, le quadruple celle, i bagni, gli sprinkle, ecc. ecc. mentre poi vai a Parigi in Rue Mouffetard e trovi dei localini minuscoli, con il bagno dentro la cucina!) che ora rischiano seriamente di scomparire.

Ma attenzione! Oltre al danno economico per le migliaia di famiglie che hanno dedicato una vita a costruire tutto questo, la vera drammaticità è per la cultura e la tradizione del nostro Paese.

Uniformarsi vuol dire restringere la mente, vuol dire perdere consapevolezza. Farsi sfuggire per sempre il senso della vita stessa.

Siamo sicuri di voler sacrificare, infine, noi stessi, la nostra civiltà, in nome della STERILITA’ SANITARIA?

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