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Vaccino ai giornalisti? Ottimo per i colleghi in strada e a rischio

Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it
Vaccino ai giornalisti? Ottimo per i colleghi in strada e a rischio

Voglio aprire questo pezzo con un “grazie” non di facciata. Ma serio, sentito e caloroso. Il mio “grazie” va al presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli (a cui ho scritto anche in privato), che ha saputo come sempre svolgere in maniera esemplare il suo ruolo: tutelare gli iscritti.

Quale miglior tutela della garanzia di un vaccino in tempi brevi? In questo momento storico, forse, nessuna. Tuttavia, a mio parere, proprio il momento storico impone grande onestà e severità, verso sé stessi e verso gli altri. Da sempre – ed è inutile che ce lo nascondiamo -, la categoria dei giornalisti si divide in giornalisti che stanno in strada a cercare notizie, a parlare con le persone e a girare posti e giornalisti che invece non fanno tutto questo.

Dal momento che – naturalmente – l’Odg non può fare distinzione all’interno dei suoi iscritti (ed è anche giusto così: paghiamo tutti la quota annuale), credo che questa distinzione debba farla il singolo professionista. Non biasimo né giudico – ci mancherebbe – i colleghi che scelgono di cogliere questa opportunità. Non conosco le singole storie e situazioni, ma se anche le conoscessi non mi verrebbe in mente di esprimere un’opinione. E poi sono stato tentato anch’io, mica posso negarlo. Né tantomeno ambisco a essere esempio per qualcuno. Voglio solo fare un ragionamento legato alle priorità del momento.

Non sono uno di quei giornalisti che scende in strada la mattina alla ricerca di notizie, che va negli ospedali a visitare reparti per documentare la situazione all’opinione pubblica.

Non affianco a quello di giornalista altri lavori (l’insegnante, ad esempio) che potranno di qui a poco mettermi a contatto con altre persone. Due volte al mese seguo un Master a Roma, ma siamo sottoposti a un regime piuttosto rigido di controlli e tamponi e ci rivedremo tra quattro settimane, a lockdown finito (si spera).

Le mie collaborazioni da giornalista non mi costringono a lasciare il luogo dove vivo. Gestire la comunicazione per i miei clienti – come io faccio stando comodamente seduto a casa – non mi espone a tutti i rischi a cui sono esposti i miei colleghi che invece scendono, escono, parlano, visitano, documentano.

Oltretutto, proprio ieri, mentre riflettevo su quest’aspetto, sul mio telefono è arrivato un messaggio su Wapp. Andrea è un amico e un collega, padre di famiglia. Ha scritto al presidente De Luca per comunicargli la propria rinuncia al vaccino e chiedergli che quello riservato a lui venga invece fatto a suo figlio, che rientra tra gli individui considerati estremamente vulnerabili e che però non ha ancora un vaccino in calendario. Anch’io ritengo più giusto che venga vaccinato chi ha maggiore necessità di me ed è più vulnerabile di me (non della categoria: di me). Auspico perciò che la dose che mi sarebbe stata riservata venga “dirottata” su chi ne ha più bisogno.

Eppure, resto un giornalista. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Fieramente, aggiungo. Perché non so quanti colleghi in Italia potrebbero, al mio posto, chiudere questo pezzo ringraziando di cuore il loro presidente per l’opportunità che comunque gli ha concesso. Io c’ho riflettuto bene, mi sono preso tutte le 48 ore che la mail dell’Ordine concedeva. Mi sono confrontato con alcune persone – poche –, a cui ho parlato e a cui ho manifestato i miei dubbi di coscienza. E in coscienza, non ce la faccio.

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