Inchino dei Dem ai 5 Stelle?
Campo largo, al via il valzer delle primarie: Conte fissa già i paletti, si muovono le correnti del Pd. Calenda: “Sostenete l’Ucraina?”
Il leader dei 5 Stelle chiede le elezioni di coalizione “senza apparati”. Salis si sfila. Primi movimenti tra i dem.
Dietro le quinte si muove il re dei predatori. Non ha fretta, non ne ha mai avuta. Sa che per raggiungere l’obiettivo che lo ossessiona da anni servono metodo, rigore, pazienza. Così osserva, studia, aspetta, costruisce. Ogni gesto della preda viene registrato, ogni esitazione pesa come un indizio. Nel frattempo affila le mascelle, pronto a cogliere la minima crepa, il più piccolo cedimento. E lì si infila, senza pietà. Giuseppe Conte avanza così: felpato, rassicurante, di nuovo calato nei panni del presidente. Un messaggio subliminale: io so come si fa. A Palazzo Chigi non sono un ospite, ma un ritorno. Dall’altra parte, nel cono di luce, c’è Elly Schlein. Con i suoi pregi e i suoi limiti: è entusiasta, pensa che sia arrivato il suo momento, ha abbassato la guardia. Esposta, inevitabilmente visibile. Non più solo il perfetto agnello sacrificale delle primarie, ma la sfidante che rischia di restare prigioniera della sua stessa formula: “Siamo testardamente unitari”.
Riepilogo delle puntate precedenti. Lunedì, poco dopo la chiusura dei seggi e con la vittoria del No in tasca, il leader di Volturara Appula ha fatto la prima mossa: “Il M5S è disponibile a confrontarsi nei gazebo”. Traduzione: la partita è aperta, il piatto sarà mio. L’operazione è costruita con cura. Nelle prossime settimane via di Campo Marzio punta a intestarsi il programma del campo largo, a metterci il cappello. Un terreno favorevole per i pentastellati, che sulla politica internazionale hanno già dimostrato di saper orientare gli alleati del Nazareno. Poi verrà il passaggio decisivo: scritto il “contratto” della coalizione, bisognerà definire le regole del gioco. Qui entra in scena la parola chiave che Conte ha già lasciato filtrare: “Confronto libero”. E soprattutto “senza apparati”. Non è solo una formula. È un avvertimento. Agli specialisti delle primarie, agli architetti delle regole, agli azzeccagarbugli del Pd: questa volta il terreno non sarà il loro, vigilerò.
Come ogni buon lupo, Conte sa che spingere il branco dalla sua parte è decisivo. Le sirene dei fedelissimi sono già in azione in Transatlantico, avvicinano i colleghi dem e lanciano l’amo: “Certo, con l’avvocato al governo, chissà quanti ministri vi toccheranno”. Poi l’arma definitiva: “A noi l’esecutivo, a voi il Quirinale”. Il leader M5S poi non parte da zero, nei dintorni del Nazareno la sua rete di amicizie è molto solida. Un lascito del governo giallorosso, quando Nicola Zingaretti si spinse a definirlo: “Punto di riferimento fortissimo dei progressisti”. In quell’epoca partì la consuetudine di coinvolgere Goffredo Bettini con telefonate frequentissime. Un calore affettato e cerimonioso che raggiunge sempre l’obiettivo: “Goffredo lo sai che per me sei un punto di riferimento”. Morale: il padre nobile del Pd continuerà a fornire all’amico i suoi buoni consigli.
Un altro ancoraggio è quello di Roberto Speranza, che alle sue dipendenze fu ministro della Sanità. Il collegamento è rimasto vitale con buona parte della nuova corrente di “Montepulciano”, i parenti “poveri” di Elly Schlein. Sedotti e poi abbandonati, magari in Liguria, come è successo ad Andrea Orlando. C’è poi una ampia zona grigia e vischiosa, tra il gruppo di Stefano Bonaccini e le altre micro correnti di maggioranza. Parlamentari e amministratori che orienteranno il loro pacchetto di voti, secondo la convenienza. Nella mischia si muove la cosiddetta “Margheritina”, il listone dei centristi, che vede diversi demiurghi all’opera e meno potere contrattuale per l’esito del referendum. “A che ci servono, possiamo vincere da soli”, ragionano i senior partner della coalizione.
Sfumata (a meno di colpi di scena) la candidatura più ambita: quella della sindaca di Genova, Silvia Salis. Restano sul tappeto Gaetano Manfredi, l’ecumenico primo cittadino di Napoli (ottimi rapporti con il M5S), e il “civil servant”, ipotizzato da Matteo Renzi, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. Uno che ha già sciolto le riserve, dichiarandosi pronto al confronto, è Ernesto Maria Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, fedele discepolo di Romano Prodi. Conferma la capogruppo di Italia Viva in Senato, Raffaella Paita: “Ruffini, Gabrielli, sono tutte proposte che sono in campo”. La graffia lo spin doctor Michele Anzaldi: “Forse sarebbe il caso di pensare a qualcosa che vada oltre i valori di un centro come fu la Margherita”. Sul lato sinistro, Angelo Bonelli, co leader di Avs, segnala la sua presenza: “Ci dobbiamo assolutamente vedere e ci vedremo presto. Noi vogliamo prima che si faccia il programma”. Più brutale il ragionamento del vicepresidente del M5S, Stefano Patuanelli: “Con noi al governo stop agli aiuti militari all’Ucraina”. Addio all’ultima barriera eretta dal Pd. Replica all’istante Carlo Calenda, impegnato a costruire il Terzo Polo con Luigi Marattin: “Per Azione il primo punto è continuare a sostenere militarmente l’Ucraina”. Il lupo intanto si lecca i baffi: “Capotavola è dove mi siedo io”.
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