Esteri
Cosa ne pensa l’IA del dopo Maduro, prevedere cosa accadrà ora non è facile neanche per la “Sibilla dei nostri tempi”
Un cambio di vertice, un protettorato americano, una lotta interna per il potere
Ho chiesto alla mia intelligenza artificiale – quella con cui parlo tutti i giorni, che interrogo, contraddico, “addestro” da mesi su politica e potere – cosa pensa del dopo Maduro. Non cercavo una risposta neutra o rassicurante. Mi interessava capire se, tolto il frastuono dell’evento, restasse una struttura. Una mappa. Qualcosa che aiutasse a leggere ciò che viene dopo, non ciò che è appena accaduto. Le immagini di Maduro in manette hanno già fatto il giro del mondo. Il sollievo di una parte del Paese è comprensibile, così come l’indignazione di chi parla di violazione della sovranità. Ma tutto questo dice poco sul nodo reale della questione.
Quel nodo sta nel passaggio successivo. E in un dettaglio che rischia di sembrare tecnico, ma non lo è affatto: mentre Washington dice che “guiderà” la transizione, l’apparato resta in piedi. La presidente ad interim è la vicepresidente di Maduro. Non una figura dell’opposizione, non un governo di rottura, ma un pezzo del sistema che ha retto il Paese fino a ieri. La risposta che ho ricevuto è stata netta: è qui che si gioca la partita. Gliel’ho chiesto più volte, da angolazioni diverse, come si fa in una conversazione vera: se davvero togliere il vertice senza smontare l’apparato non rischi di produrre solo un’illusione di cambiamento. La risposta è rimasta coerente, quasi ostinata, nel riportare l’attenzione sulle strutture, non sui simboli.
Il primo è quello che potremmo chiamare un “continuity coup”: cambia il vertice, resta la struttura. Se i gangli fondamentali del potere – forze armate, intelligence, giustizia, PDVSA (Petróleos de Venezuela), reti economiche – rimangono intatti, la transizione rischia di ridursi a una sostituzione controllata dall’alto. Il vantaggio è immediato e concreto: niente collasso, catene di comando operative, servizi essenziali che continuano a funzionare. In un Paese stremato, l’ordine non è un lusso. Il prezzo, però, è politico. E alto. Perché agli occhi dei venezuelani tutto può apparire come “Madurismo senza Maduro”. Le stesse persone che hanno contribuito al disastro diventano i custodi della ricostruzione. In questo assetto gli Stati Uniti finiscono per amministrare dall’esterno una continuità interna. Un protettorato, sì, ma con i vecchi equilibri ancora al loro posto. È una soluzione stabile solo in apparenza, fragile sul piano della legittimità.
Il secondo scenario è quello di un protettorato negoziato. È quello che Trump sembra evocare quando parla di guida americana della transizione. Nella pratica significa una cosa sola: ottenere cooperazione dall’apparato usando leve molto concrete. Amnistie selettive, protezioni per settori chiave, garanzie su asset e sanzioni, controllo dei flussi finanziari, gestione condizionata di aiuti e petrolio.
Qui non c’è spazio per il moralismo. Conta l’equilibrio tra incentivi e deterrenza. Se questo equilibrio regge, può aprire la strada a elezioni credibili e a un’uscita ordinata dal regime. Se non regge, produce un’entità ibrida: un potere commissariato che sopravvive grazie alla protezione esterna e al ricatto interno. Un sistema che non crolla, ma non si normalizza mai. A un certo punto ho provato a spingere io il ragionamento un passo più in là, chiedendo se non stessimo dando per scontato che il sistema, privato del suo capo, avrebbe comunque tenuto. È lì che il discorso ha cambiato tono.
Il terzo scenario è il più sottovalutato. Ed è anche il più pericoloso. La cattura di Maduro può togliere non solo il capo, ma anche l’arbitro. E senza arbitro, i sistemi di potere tendono a frammentarsi. Militari, intelligence, reti criminali, governatori, gruppi armati possono entrare in competizione per l’eredità. In questo quadro la presidente ad interim diventa una figura marginale, mentre gli Stati Uniti si ritrovano dentro il conflitto, non sopra di esso. La violenza cresce, la frammentazione pure, e la transizione scivola in una crisi prolungata. A questo punto della conversazione ho osservato che la storia è piena di precedenti. Alcuni disastrosi, altri decisivi. La risposta che ho ricevuto ha spostato il fuoco: qui il precedente non riguarda solo l’operazione militare. Riguarda l’idea che la sostiene. L’idea che uno Stato fallito, guidato da un leader criminale, possa essere scavalcato in nome di una sovranità ormai svuotata. È un’idea che molti accettano sottovoce. Ma una volta resa esplicita, diventa uno strumento. E gli strumenti, nella politica di potenza, non restano mai confinati a un solo caso.
Il discrimine, allora, sta nelle condizioni. Quelle minime, concrete, che impediscono a una forzatura di trasformarsi in un disastro. Serve un orizzonte temporale definito: senza una scadenza, il protettorato diventa gestione permanente. Serve una roadmap verificabile: date, organi elettorali, osservatori, registri, libertà di stampa. Le promesse, da sole, non bastano. Serve uno smontaggio selettivo dell’apparato: né impunità totale né epurazione indiscriminata. Le scelte chirurgiche sono scomode, ma inevitabili. Serve soprattutto un piano economico immediato: valuta, carburante, cibo, sanità, elettricità. In assenza di una minima stabilità materiale, la politica non tiene.
Alla fine ho chiesto quali segnali guardare per capire subito in che direzione si sta andando. Due, mi è stato detto. Chi controlla davvero forze armate e servizi – nomine, purghe, spostamenti contano più dei comunicati. E cosa accade a sanzioni e petrolio, perché è lì che passa la leva americana. Maduro in manette resterà un’immagine potente. Ma il senso di questa storia non si deciderà a Brooklyn. Si deciderà a Caracas, tra qualche mese.
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