Ambrogio
Da Expo alla nuova sfida olimpica, la capacità di Milano di trasformare i grandi eventi in occasioni di progresso civile
Il 31 ottobre 2015 si chiudevano i battenti di Expo Milano. Dieci anni dopo, mentre la città si prepara alle Olimpiadi invernali del 2026, è tempo di riflettere sull’eredità più preziosa di quell’evento: non i padiglioni, ma la rivoluzione culturale che Milano seppe innescare sul tema del diritto al cibo.
“Nutrire il pianeta, energia per la vita” non fu solo uno slogan. Fu l’inizio di una presa di coscienza globale che trovò nella Carta di Milano il suo manifesto, poi fatto proprio dalle Nazioni Unite. Milano divenne laboratorio mondiale di una riflessione epocale: il cibo come diritto fondamentale, la lotta agli sprechi come imperativo etico, la sostenibilità alimentare come questione politica centrale. Quella sensibilità maturata nel 2015 si è rivelata profetica.
Le crisi successive – pandemia, guerre, emergenza climatica – hanno drammaticamente confermato che l’accesso equo all’alimentazione è la frontiera decisiva del nostro tempo. Milano ebbe il merito di anticipare questo dibattito, di renderlo mainstream, di trasformarlo in agenda politica globale.
Ora le Olimpiadi 2026 offrono una nuova straordinaria opportunità. Oltre le medaglie e i record, Milano può tornare a essere motore di progresso civile. Il diritto al benessere fisico, l’accesso democratico allo sport e alla salute, il contrasto alle disuguaglianze nella pratica, intesa anche come presidio sociale e di salute, possono diventare il nuovo orizzonte di riflessione globale. Come la Carta di Milano segnò un prima e un dopo nel dibattito sul cibo, così dalle Olimpiadi potrebbe nascere un nuovo patto internazionale sul valore sociale dello sport. Milano ha dimostrato di saper trasformare i grandi eventi in occasioni di progresso civile. È tempo di farlo ancora.
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