Esteri
Draghi invoca il federalismo pragmatico dell’Europa
L’appello di Supermario all’Ue. Cerra (Ced): «La sovranità tecnologica federale è l’unica arma rimasta»
Supermario persevera. In occasione della consegna della laurea ad honorem a Lovanio, in Belgio, l’ex governatore della Bce è tornato a strigliare l’Europa per la frammentazione e l’incapacità di reazione a quello che succede nel mondo. «Gli Stati Uniti cercano il predominio insieme al partenariato. La Cina sostiene il suo modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri». Lo ha detto tracciando un quadro in cui la forza prevarica e il compromesso lascia il passo alla prepotenza. Abituata ad altre procedure, l’Europa si trova su una china di marginalità e sottomissione. «Quando Draghi parla di divisioni e deindustrializzazione, traccia esattamente lo scenario peggiore contro cui dobbiamo combattere con l’unica arma rimasta, una vera sovranità tecnologica federale. Senza questa, la politica europea rischia di diventare pura amministrazione di decisioni prese altrove», commenta Rosario Cerra, presidente del Centro economia digitale.
Ai conflitti globali, come quello in Ucraina, e alla dipendenza della Cina per le materie prime e dagli Usa per il Gnl, l’Europa non riesce a fornire una risposta comune. Proprio mentre Draghi parlava, infatti, l’Ungheria presentava il ricorso alla Corte di Giustizia europea per contestare il regolamento REPowerEU che vieta l’importazione di gas russo. Le riserve di gas in Europa sono scese al livello più basso dal 2022. Il volume nei serbatoi è pari al 43% della loro capacità. E l’inverno si sta dimostrando particolarmente rigido. La mossa di Orbán sembra una risposta alla famosa provocazione di Draghi quando era presidente del Consiglio: «Preferiamo la pace o il condizionatore d’aria acceso?». Era l’aprile del 2022. La guerra in Ucraina era appena scoppiata. Da allora sono stati fatti molti passi avanti, va detto. Si è investito nella Difesa. Si sono andate a cercare fonti di energia alternativa. Si è sostenuta Kyiv e la sua resistenza. Non è abbastanza. Questo è evidente.
«L’ordine globale è stato sostituito da una brutale competizione transazionale. In questo nuovo assetto, la frammentazione europea cessa di essere solo una nostra patologia interna e diventa il principale asset strategico dei nostri avversari. Dividere l’Europa è la loro polizza di assicurazione per dominarci», osserva ancora Cerra. Il rischio però è che la perseveranza di Supermario si trasformi in ostinazione. E così i suoi “do something” diventano una voce nel deserto. Sempre ieri, è seguita la prevedibile ondata di messaggi di sostegno alle parole di Draghi. Da Sandro Gozi a Elena Bonetti, passando per Riccardo Magi e Maurizio Lupi. Il «federalismo pragmatico» come strada perché l’Ue diventi una «potenza unica» piace a chi ancora crede che Bruxelles possa recuperare le lunghezze perse negli anni. La debolezza europea infatti non è imputabile ai fatti di oggi. Le stroncature di Trump sono soltanto colpi ben assestati a un modello di sviluppo già debole anni fa. «In questo contesto, dove Stati Uniti e Cina usano la leva tecnologica e commerciale per imporre i propri standard, l’Europa non può restare una confederazione di veti incrociati. O acceleriamo nell’integrazione come invocato da Draghi, specialmente su industria, innovazione e Difesa, o siamo destinati all’irrilevanza strategica, costretti a importare innovazione e sicurezza», dice ancora il presidente del Ced.
Il prossimo 12 febbraio si terrà il Consiglio europeo ad Alden Biesen, sempre in Belgio. António Costa, nella lettera di invito ai 27 rappresentanti degli Stati membri Ue, ha fatto sapere di aver invitato Draghi e Letta. La competitività torna oggetto di discussione ai vertici comunitari. In realtà c’è poco altro da dire. Lo scenario è tracciato. Le soluzioni sono note. «Non basta una terapia – conclude Cerra – serve cambiare il sistema operativo dell’Unione. Dobbiamo trasformare il Mercato unico in una piattaforma federale d’innovazione. Se l’Europa non decide oggi di diventare una potenza, il suo domani è segnato come un semplice mercato di sbocco, che per definizione non decide il proprio futuro, ma lo subisce».
© Riproduzione riservata







