Donne e lavoro
Empowerment femminile, una leva strategica ed economica per la coesione e la sostenibilità delle regioni euro-mediterranee
Il 27 e il 28 gennaio, al Consiglio Federale Nazionale di Abu Dhabi, oltre 200 delegati delle regioni euro-mediterranee e del Golfo, dell’Asia, dell’America Latina e dell’Africa si sono riuniti per il Women Parliamentary Forum dell’Assemblea dei Parlamentari del Mediterraneo, presieduta da Giulio Centemero.
Oggi, negli Emirati Arabi Uniti, il 30% delle posizioni di leadership è ricoperto da donne – le stesse donne che, oltre a superare gli uomini nelle lauree in discipline STEM, costituiscono quasi il 70% dei dipendenti pubblici e, come imprenditrici, generano un valore economico superiore a sessanta miliardi di dollari.
Nei contesti pubblici, si sente parlare con grande orgoglio di molte donne pioniere, in ogni campo: dall’aerospazio, alla tecnologia, alla filantropia. La valorizzazione delle ragazze a delle donne, negli EAU, passa per una visione politica chiara, che si impegna con concretezza a rimuovere barriere sociali e legali, permettendo alle donne di partecipare attivamente al mercato del lavoro (la partecipazione femminile è pari al 46%, in linea con gli standard dei leader globali) grazie all’introduzione di misure come il congedo parentale – che gli EAU hanno implementato per primi, nell’intera regione.
Tuttavia, sebbene paesi come il Saudi, l’Oman e il Bahrain stiano seguendo l’esempio virtuoso degli Emirati, la vera parità di genere – nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa – è un obiettivo ancora lontano: in media, nella regione, soltanto il 18% delle donne in età lavorativa partecipa alla forza lavoro e la quota di seggi detenuti da donne nei parlamenti nazionali non arriva neppure al 20%.
Questi dati, raccolti dalla Banca Mondiale, spiegano la necessità di eventi come il Women Parliamentary Forum (WPF), nato dalla forte volontà di PAM, l’Assemblea dei Parlamentari del Mediterraneo e giunto quest’anno alla sua seconda edizione, appena conclusasi ad Abu Dhabi.
“Pace sostenibile, prosperità, giustizia sociale e resilienza non possono esistere senza il conseguimento dell’empowerment femminile. Già nel 2008, nella Carta del Mediterraneo della PAM, adottata durante la 3ª Sessione Plenaria del 2008 a Monaco, gli Stati membri si sono impegnati a garantire una reale partnership tra uomini e donne e a promuovere la parità di genere. Oggi, è più che mai urgente tradurre gli impegni in azioni concrete, rafforzando i quadri legislativi, destinando risorse adeguate all’empowerment femminile e assicurando un’efficace attività di monitoraggio degli impegni internazionali,” ha dichiarato in apertura del Forum il Presidente della PAM, l’On. Giulio Centemero.
E proprio per questo, il Presidente Centemero, insieme alla Presidente del WPF, l’On. Maryam bin Theneya, hanno voluto che il tema del Forum di quest’anno fosse l’empowerment femminile come leva centrale per coesione e inclusione, dal Golfo al Mediterraneo.
Al centro dei panel, ai quali hanno partecipato oltre 200 delegati provenienti dalle regioni euro-mediterranee e del Golfo, dall’Asia, dall’America Latina e dall’Africa (inclusa l’area subsahariana), il ruolo chiave delle donne nei settori della sostenibilità, della salute, nella sfera politica e nell’antiterrorismo. Ma soprattutto, il ruolo delle donne in termini di potenziale economico inespresso.
I dati della Banca Mondiale, esposti dalla Rappresentante Residente negli EAU, Iva Hamel, suggeriscono che colmare il divario di genere nella partecipazione alla forza lavoro porterebbe non soltanto a un aumento del PIL del Medio Oriente, ma a una crescita del PIL globale del 20%; ciò si tradurrebbe in un raddoppio dell’attuale PIL della regione, o in circa 1 bilione di dollari di produzione cumulata.
Ma come favorire questa crescita, in un contesto in cui ancora oggi l’Unicef stima che 122 milioni di bambine nel mondo siano private del diritto all’istruzione? E, in particolare, come farlo in un’area – quella del Medio Oriente e del Nord Africa – che ha tra le peggiori performance in termini di partecipazione femminile al mercato del lavoro?
Perché se è vero che anche a livello globale la parità di genere, continuando a questo ritmo, potrà essere raggiunta solamente tra 130 anni (la media globale delle donne che partecipano alla forza lavoro resta ancora < 50%, e quella dei seggi detenuti dalle donne nei parlamenti nazionali equivale solamente al 27%), e che entro il 2030 ancora una donna o ragazza su 10 continuerà a vivere in condizioni di povertà, la regione presa in analisi presenta i numeri più allarmanti: soltanto il 16% delle imprese dichiara un’ownership femminile, mentre appena il 5,6% delle imprese ha una donna come amministratore delegato o principale dirigente, e solamente il 14% delle nomine ministeriali riguarda donne.
Secondo gli esperti intervenuti al WPF, non è necessario affrontare meramente elementi quali le percezioni delle imprese rispetto alla segregazione di genere nelle mansioni, le norme sociali, i requisiti normativi che limitano la competitività delle donne rispetto agli uomini – e che possono tradursi in costi più elevati associati all’assunzione di donne – nonché la discriminazione sistemica nei processi di selezione; bisogna concentrarsi anche su fattori determinanti come la sproporzionata quota di lavoro domestico non retribuito (4,5 ore al giorno per le donne vs. 1 ora al giorno per gli uomini), la limitata disponibilità di servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani a costi accessibili, la carenza di forme di lavoro flessibile, e la mancanza di trasporti sicuri in molti Paesi. “Per fare questo,” spiega la Hamel, “è urgente analizzare i dati e aumentare la consapevolezza che non colmare il divario risulta in crescita economica non realizzata, ricchezza persa, PIL perso e opportunità mancate; bisogna intervenire, e i parlamentari del Mediterraneo, insieme, possono fare una grande differenza nel contribuire ad abbattere le barriere, anche legali.”
Quanto emerge dal Forum, dunque è la forte necessità attuale di concretezza, l’impegno ad agire in maniera sinergica – ciascuno nella propria sfera di influenza – con la comune visione che una leadership eguale e condivisa sia un indicatore di democrazia, misurabile e attuabile, e che l’empowerment non debba essere trattato come un concetto teorico, ma considerato come un sistema strutturato, fondato sul rispetto del lavoro e su una legislazione inclusiva.
La missione deve essere quella di guardare all’empowerment femminile come a un ponte verso il futuro innovativo e sostenibile, non un problema contingente.
Come ha ricordato Alya Abdelrahim Alharmoodi, Sottosegretaria del Ministero per il Cambiamento Climatico e l’Ambiente degli Emirati Arabi Uniti, rafforzare l’accesso a salute, istruzione e sicurezza rappresenta un investimento per per costruire società più forti e resilienti. L’empowerment, in quest’ottica, non è soltanto un obiettivo, ma un potente mezzo.
E questo vale anche per il ruolo della parità nell’integrazione della prospettiva di genere nelle politiche di contrasto al terrorismo, tema verso il quale la PAM – come evidenziato con forza dal Presidente Centemero, ora a un anno dalla sua elezione – è storicamente impegnata: “La voce delle donne deve essere un pilastro centrale delle politiche di sicurezza e stabilità nella regione. La loro partecipazione nella cooperazione per la pace è un fattore essenziale, e bisogna lottare affinché il genere non sia frainteso nelle politiche di contrasto al terrorismo, dove talvolta viene incluso unicamente per ragioni di agenda politica.”
Nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, dove i gruppi terroristici includono in media il 30 – 50% di donne, la questione di genere viene spesso strumentalizzata in maniera strategica dai gruppi estremisti, che fanno leva su modelli iper-maschili e sfruttano le donne per il reclutamento e le attività logistiche.
“Rappresentare le donne esclusivamente come vittime è controproducente: dal punto di vista della prevenzione, che non è soltanto una questione di sicurezza, ma anche di identità – il tema centrale è come valorizzare l’influenza già esistente delle donne per sviluppare strategie preventive efficaci, e costruire narrazioni alternative,” spiega Bakhita Alremeithi, Direttrice Esecutiva del Manara Center for Coexistence and Dialogue. “Oggi l’estremismo opera attraverso ecosistemi ideologici, non necessariamente legati direttamente alla violenza fisica: manipola concetti come diritti umani, appartenenza e democrazia per attrarre nuovi adepti. In questo contesto, promuovere l’uguaglianza significa promuovere la pace e contrastare il terrorismo.”
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