All’Europa serve un Alexander Hamilton. Il primo Segretario al Tesoro Usa che, nel 1791, accorpò i debiti degli Stati federali e diede vita alla Fed, sarebbe la figura più indicata per mettere pace alle due posizioni pro e contro gli Eurobond, con cui Macron e Merz, insieme a Giorgia Meloni, entrano in Consiglio Ue oggi, nel castello di Alden Biesen, in Belgio.

L’assurdo è che entrambe le parti concordano nell’obiettivo. Rendere più competitiva l’Ue. La differenza sta nel come. Il presidente francese è convinto che mobilitare circa 1.200 miliardi di euro l’anno di investimenti pubblici e privati per tecnologie verdi e digitali, Difesa e sicurezza sia la risposta più efficace al dilagare del Made in China e alle minacce di Trump. Sul treno francese sono saliti in tanti. Chi per ragioni squisitamente strumentali. In Italia, contro Palazzo Chigi, ovviamente. La Segretaria del Pd, Elly Schlein, critica l’asse Roma-Berlino in quanto «nega la prospettiva degli Eurobond e degli investimenti comuni, invece necessari al rilancio economico europeo». E chi con motivazioni più tecniche. Secondo la Bce, rispetto agli Stati Uniti, l’offerta di titoli di Stato con rating elevato nell’Eurozona è limitata, quindi gli Eurobond sarebbero spendibili.

Il cancelliere tedesco la vede dalla prospettiva industriale. Per lui è prioritario intervenire sul deficit di produttività e dare ossigeno alla filiera della Difesa. Il debito comune deve restare un’eccezione. Vedi il Covid. Nei corridoi di Bruxelles, però, gira voce che Merz e Macron avrebbero rotto ancora a dicembre. Causa del divorzio, l’uso degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina e il Mercosur. In entrambi i casi, Meloni si era spesa a sostegno della linea tedesca. C’è poi una terza via. A sostegno dell’idea macroniana di “preferenza europea”, nella sua lettera ai leader Ue di lunedì, Ursula von der Leyen ha parlato di “safe asset”, non di Eurobond, utili per rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri. La Commissione ha in mente l’emissione di obbligazioni di alta qualità, coerenti con la politica fiscale della Bce. Allo stesso tempo, per andare incontro alle esigenze dell’industria tedesca, la presidente della Commissione Ue e diversi capi di Stato e di governo ieri hanno incontrato una rappresentanza delle imprese europee. Obiettivo, ribadire i concetti del Clean Industrial Act, tali per cui le forze produttive sarebbero al centro dei pensieri di Bruxelles.

Di fatto, l’idea d’Europa c’è. Ed è quella di Draghi, Letta e della Bussola della competitività. Buoni propositi vecchi ormai di un anno e mezzo, pronti nel cassetto per essere citati. Mai applicati. Cosa manca alla proposta tedesca che dice di mettere la testa prima sull’industria e poi sul debito comune? Al netto della proverbiale idiosincrasia di Berlino verso quest’ultimo, una politica industriale comune europea che sia davvero efficace contro Cina e Usa prevede che all’interno dell’ecosistema Ue si metta da parte il concetto di concorrenza. L’auto tedesca non può più competere contro quella francese. Dev’esserci un’auto europea in grado di scalare i mercati asiatici e del Nord America. La cantieristica francese non può gareggiare contro quella italiana. Bensì devono far fronte comune contro i colossi cinesi. E via così.

È possibile? No. E non sono le rivalità industriali a impedirlo. Sono le regole europee a vietare la creazione di quei trust sufficientemente “spallati” per poter misurarsi con le corporation americane o i colossi cinesi. Cosa manca, a sua volta, alla proposta francese di emettere Eurobond? Qui torniamo a Hamilton. Un tesoro federale, in grado di unificare le entrate fiscali e di emettere debito in accordo con la Banca centrale.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).