Il ricordo
Fabrizio Plessi: da Venezia alla Valle dei Templi passando, obbligatoriamente, per Soveria Mannelli
Nell’estate del 2001 andai a Venezia per una riunione, persi l’aereo e fui costretto a rimanere. Mai circostanza si rivelò più propizia, perché la notte, prima di rientrare in albergo, feci una passeggiata in Piazza San Marco. Nell’occasione vidi degli enormi schermi, accompagnati da un suono di grande impatto. Alla base campeggiava, a caratteri cubitali, la scritta: PLESSI. Pensavo fosse una pubblicità. Ignoravo che quelle immagini dei video con fiumi d’acqua e lingue di fuoco, proiettate sulla facciata dell’Ala Napoleonica del Museo Correr, stavano facendo il giro del mondo, segnando uno degli eventi d’arte contemporanea più significativi a cavallo del millennio.
Ammetto che la mia ignoranza mi intristisce sempre. Per fortuna, a volte, il caso provvede. Infatti, la mattina dopo andai a visitare il Museo Correr e scoprii che invece Plessi era il nome dell’artista che vi teneva la mostra “Waterfire”. Rimasi sconvolto dai tabernacoli capovolti, all’interno dei quali, al posto del sacerdote, c’erano degli schermi che proiettavano un fuoco ardente. E poi dai video nei quali l’acqua scorreva incessante, snodandosi attraverso serpentine di travertino, a testimonianza della Roma eterna. Finita la visita, prima di ripartire andai al Caffè Florian e trovai una campana di bicchieri capovolti che pendeva dal soffitto, sormontando un catino di peltro sul quale veniva proiettata continuamente una goccia, accompagnata anche dal suono del suo ticchettio. Stupefacente.
Passò quasi un anno e nel luglio del 2002 mi trovavo a Roma. Lessi che alle Scuderie del Quirinale c’era la mostra di Fabrizio Plessi “ParadisoInferno”, inaugurata il giorno prima dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Andai alle Scuderie con la segreta speranza di incontrare il Maestro. Entrai e mentre guardavo le opere chiesi a una hostess se Plessi fosse per caso presente. Mi rispose di sì e che si trovava alla caffetteria. Salii velocemente le scale e lo vidi mentre sorseggiava un tè. Mi presentai dicendo: “Maestro, erano mesi che aspettavo questo momento”. Mi guardò un po’ perplesso. A quel punto mi qualificai come sindaco di Soveria Mannelli e gli esposi la mia idea.
Un’idea che era stata generata da un accadimento preciso. Avevo letto qualche anno prima una lettera che Tonino Guerra, raffinato cosceneggiatore di “Amarcord” di Fellini, aveva scritto al sindaco di Santarcangelo di Romagna, invitandolo a realizzare “nuove piramidi”. Con questa definizione, “nuove piramidi”, il poeta romagnolo intendeva grandi progetti e grandi sogni capaci di entusiasmare la comunità: opere che andassero oltre le necessità pratiche — strade, fogne, bidoni, lampioni — e portassero bellezza e immaginazione nella città; qualcosa che facesse vivere le persone in piazza, a stare insieme, a meravigliarsi.
Era il periodo in cui stavo realizzando il sogno di portare in ogni casa un computer collegato a Internet, con il Censis che poi nel 2003 certificò Soveria Mannelli come comune più informatizzato d’Italia, creando un caso nazionale. Spiegai a Plessi che sarei stato onorato di avere una sua installazione per arricchire l’opera pubblica più importante che si stava realizzando in quel momento nella mia città: l’ampliamento di una piazza storica intitolata a un ex sindaco e generale, Guglielmo Bonini.
Avevo una visione chiara, perché la legge Bottai del 1942, pur essendo stata formalmente abrogata, era confermata nei principi con una legge del 1949. La norma prevedeva che nel costo di nuovi edifici pubblici si potesse riservare una percentuale per abbellirli con opere d’arte. Pertanto, la mia intenzione era quella di rafforzare l’immagine di Soveria Mannelli quale centro geografico della regione (e secondo la teoria del baricentro lo è) e di piccola capitale della comunicazione, dove si stava sperimentando un’altra idea di Calabria e, forse, senza esserne consapevoli, d’Italia. Infatti, oltre a puntare sull’informatizzazione di massa, circostanza allora inconsueta, eravamo sede di una casa editrice che si approssimava a diventare una delle più importanti del Paese: la Rubbettino. Plessi mi disse che doveva venire a vedere sul posto se l’opera fosse davvero fattibile.
Venne in autunno, visitò la piazza, che era ancora in costruzione, e dopo qualche ora maturò l’idea di realizzare quella che allora sarebbe diventata la videoinstallazione più grande d’Europa. Prese a modello la facciata di una casa esistente e la collocò in posizione inclinata sia per consentire che i pannelli fossero sempre visibili anche con il sole che batteva sulla facciata, sia per rappresentare un’interpretazione del mondo, in cui le linee oblique sono come i toni grigi: prevalenti. Il progetto intendeva riprodurre i quattro elementi alchemici della natura: far vedere e sentire il rumore dell’acqua che scorre e del fuoco che crepita attraverso gli schermi collocati nei due grandi balconi; e poi la terra, di cui era composta la facciata; e infine l’aria, che circondava tutta l’opera. Plessi le diede anche il nome: “La memoria del futuro”, che oggi è diventata un simbolo di Soveria Mannelli.
Quella sera lo accompagnai all’aeroporto di Lamezia Terme e, sempre per caso, incontrammo Pietrangelo Buttafuoco, che qualche giorno dopo ne scrisse in un suo articolo. La videoinstallazione dell’artista veneziano non è mai stata inaugurata, così come nessuna opera pubblica realizzata nei vent’anni in cui sono stato sindaco. E questo perché le cose si devono semplicemente fare, non inaugurare. A pochi giorni dalla morte di Fabrizio Plessi, questo ricordo glielo debbo. Anche perché mi disse: “Sindaco, io sono venuto per lei, poiché il mio compenso corrisponde a quanto oggi vendo un bozzetto”. È un gesto doveroso per chi ha creato generosamente un’opera d’arte di livello internazionale in un comune del profondo Sud.
Un’opera che suscita l’ammirazione di migliaia di visitatori, tra cui Derrick de Kerckhove, allievo di Marshall McLuhan, che rimase affascinato. Come lo fu anche Vittorio Sgarbi, ospite consueto e ammiratore della città. Qualche anno dopo, nel 2012, ancora una volta il caso mi fece incontrare Fabrizio Plessi. Aveva allestito la stupefacente mostra “Monumenta”, immersa nella Valle dei Templi di Agrigento. Nell’occasione mi chiese di scrivere l’introduzione al catalogo della mostra, nella mia veste di coordinatore degli assessori regionali alla cultura d’Italia. Concludendo con Soveria, l’opera nella sua completezza, con gli schermi sfavillanti e il suono vibrante, si è vista solo nei primi anni.
Oggi, già così, è ancora affascinante; funzionante lo sarebbe ancora di più. Ma c’è sempre tempo per ripristinarla. Sarebbe un bel modo per onorare la memoria di un grande artista come Fabrizio Plessi che ha creato la videoinstallazione più grande d’Europa proprio a Soveria Mannelli, dove si è pensato che la cultura potesse farsi sviluppo.
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