La vicenda della cosiddetta “famiglia del bosco” di Palmoli è diventata, in pochi giorni, un caso nazionale. Un caso che, come spesso accade, è stato travolto da narrazioni ideologiche, fanatismi, accuse preventive e semplificazioni estreme. Eppure, la realtà è molto più semplice, lineare e soprattutto meno scandalosa di come viene raccontata. Innanzitutto, non si tratta affatto di un intervento “improvviso” dello Stato contro una famiglia che vive in modo alternativo.

Famiglia del Bosco di Palmoli, come è stata scoperta

La storia parte questa primavera, quando i tre bambini vengono ricoverati in ospedale per un sospetto avvelenamento da funghi. Come qualsiasi struttura sanitaria è obbligata a fare, i medici segnalano la situazione ai servizi sociali. Parte da lì un percorso ordinario e obbligatorio, con visite, accertamenti clinici e verifiche sulle condizioni abitative. È un iter previsto dalla legge e applicato in modo uniforme per qualunque minore, indipendentemente dal ceto sociale, dall’etnia o dallo stile di vita dei genitori.

La crescita di minori

Il passaggio successivo è il tribunale per i minorenni, a luglio: anche questo un passaggio obbligato, non una scelta “ideologica” di qualche giudice. Dalle verifiche emergono criticità ritenute rilevanti: assenza di agibilità della casa, mancanza di impianti certificati, bagno a secco esterno, isolamento totale, mancata socializzazione, rifiuto delle verifiche sanitarie e ambientali, inesistenza di certificati vaccionali dei bimbi e disattesa iscrizione al percorso scolastico. Non è questione di discriminazione o di moralismo: sono parametri che la legge considera essenziali per una sana crescita psicofisica dei minori. E qui emerge un punto fondamentale che è bene sottolineare: il tribunale non ha affatto “punito” la famiglia. La decisione è, al contrario, una delle più morbide, reversibili e rispettose possibili. La madre è stata inserita nella stessa struttura protetta in cui si trovano i bambini, affinché resti accanto a loro. Non c’è stato allontanamento definitivo, né uno “strappo” traumatico. È un collocamento temporaneo e rivedibile: quando le criticità verranno sanate, il quadro potrà essere riesaminato.

Gli ostacoli

Un altro elemento essenziale è che la famiglia ha ostacolato il più possibile le verifiche. Sono documentati i rifiuti di accertamenti medici, di sopralluoghi, di chiarimenti sugli impianti e sulle condizioni di vita reali dei bambini. Addirittura, i genitori avrebbero preteso un compenso di 150.000 euro per consentire gli accertamenti clinici. La libertà educativa è sacrosanta — ma non permette di sottrarsi ai controlli che la legge impone a tutela dei minori. La scuola a domicilio, per esempio, è perfettamente legale: ma va dichiarata, documentata e verificata. In questo caso non risulta che l’iter sia stato completato né che i bambini seguissero un percorso regolare e valutabile.

Il bisogno di socialità

Tra tutte le criticità emerse, la più grave è probabilmente quella più sottovalutata nel dibattito pubblico: l’assenza quasi totale di socialità. Bambini che crescono senza confrontarsi con altri coetanei, senza contesto, senza dinamiche di gruppo, senza linguaggio condiviso, rischiano seriamente di diventare adulti incapaci di inserirsi nella vita sociale. Lo dicono psicologi, pedagogisti e perfino le linee guida europee: la socialità non è un optional, è un bisogno evolutivo fondamentale. Sul fronte opposto, il dibattito pubblico ha subito deragliato. Alcuni politici e molti commentatori sui social hanno gridato ai “due pesi e due misure”: perché il tribunale interviene qui e non, ad esempio, nei casi dei bambini che vivono nei campi rom? La risposta è semplice, ma molti preferiscono ignorarla: il tribunale non decide di propria iniziativa quando intervenire. Il giudice agisce solo in base alle segnalazioni che riceve da ospedali, servizi sociali, comuni, scuole, forze dell’ordine o altri soggetti legittimati. Se in altri contesti non si interviene, il problema — eventualmente — sta nelle mancate segnalazioni, non in un pregiudizio del tribunale verso uno stile di vita alternativo.

In conclusione, la decisione del tribunale appare difficilmente contestabile: è equilibrata, temporanea, motivata e orientata unicamente al benessere dei minori, senza alcuna volontà punitiva verso i genitori. È un intervento che nasce da una segnalazione medica, passa attraverso un’indagine accurata e, ripetiamolo: obbligatoria e approda a una soluzione protettiva e reversibile. Al netto delle contrapposizioni ideologiche, questa vicenda mostra semplicemente uno Stato che, per dovere istituzionale, prende una decisione difficile ma necessaria. E che, nel farlo, mantiene la bussola puntata sull’unica cosa che davvero conta in questi casi: il benessere dei bambini.

Paolo Crucianelli

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