La narrazione semplicistica
Femminicidi, buonismo e assenza di informazioni: i nodi da sciogliere, perché la cultura woke è fuorviante
In Italia la carenza di statistiche sociali dettagliate sugli assassini inibisce l’adozione di politiche mirate. Gli autori di questi crimini hanno delle affinità e vivono in contesti precisi
La sera del 14 ottobre è avvenuto il femminicidio n. 71 dall’inizio dell’anno. Si conoscono i nomi della vittima, Pamela Genini, e del suo assassino, Gianluca Soncin: lei aveva 29 anni, viveva a Milano; lui, 52, a Cervia. Avevano avuto una relazione che Pamela aveva interrotto, ma che l’uomo non l’aveva accettato.
Dietro questi casi, che i media tendono a raccontare come fotocopie di una stessa tragedia, si nasconde un problema più profondo. Il dibattito pubblico in Italia è dominato da una narrazione semplicistica: il fenomeno dei femminicidi viene quasi sempre presentato come “trasversale”, cioè diffuso in modo uniforme in tutto il territorio e in ogni strato sociale. A prescindere dal livello culturale, dalla condizione economica, dal contesto familiare o da eventuali problemi psichici o dipendenze da alcol o droga. Questa tesi viene ripetuta sistematicamente nei media e nelle campagne di sensibilizzazione, ma alla prova dei fatti appare priva di fondamento.
Il primo problema è che in Italia mancano statistiche approfondite sugli autori dei femminicidi. Le fonti ufficiali si limitano a conteggiare il numero delle vittime e a distinguere la relazione con l’autore, indicando talvolta la sua cittadinanza e le modalità dell’omicidio. Sappiamo, ad esempio, che nel 2023 circa il 75% dei femminicidi è stato commesso da italiani e il 25% da stranieri, a fronte di una popolazione straniera che rappresenta solo il 10% del totale. Questo significa che il tasso di femminicidi fra gli stranieri è più che triplo rispetto a quello degli italiani, un dato che da solo demolisce la retorica della trasversalità. Ma per tutto il resto i dati non vengono raccolti in modo sistematico, né resi disponibili. È probabile che queste informazioni esistano, almeno in parte, nei singoli fascicoli giudiziari, ma non sono mai aggregate in una banca dati nazionale consultabile, e quindi non possono orientare politiche di prevenzione mirate. Si preferisce mantenere una narrazione indistinta, che evita di affrontare le condizioni sociali e culturali degli autori.
Il confronto con la Francia è illuminante. Lo “studio nazionale del Ministero dell’Interno francese sulle morti violente in ambito di coppia” (2021) mostra che, su 123 autori di femminicidio, il 70% degli autori non aveva un’occupazione attiva. I motivi principali erano la separazione non accettata o le liti coniugali. Il 43% si è suicidato dopo il delitto, quasi sempre uomini. Nel 24% dei casi era presente alcol e nel 10% stupefacenti. Un quarto degli autori aveva più di 70 anni, e in questi casi il movente più frequente era legato alla malattia o alla fragilità della partner. Sono dati che mostrano con chiarezza che il fenomeno non è affatto trasversale, ma concentrato in cluster sociali ben definiti. Perché allora in Italia si insiste tanto sulla trasversalità? Si vuole evitare di puntare l’indice verso categorie sociali specifiche – immigrati, disoccupati, classi meno istruite – e si preferisce presentare il femminicidio come una piaga universale che riguarda indistintamente tutta la società. È il riflesso condizionato del politicamente corretto, che porta a generalizzare i fenomeni pur di non stigmatizzare i gruppi a rischio.
Questa impostazione, solo in apparenza inclusiva, produce danni enormi, perché se un fenomeno è “di tutti”, non è di nessuno. E così si perde la possibilità di individuare i contesti reali in cui la violenza è più probabile e di concentrare lì gli sforzi preventivi. Il risultato è una politica fatta di campagne di sensibilizzazione generiche e di inasprimenti di pena, ma priva di misure concrete di prevenzione mirata. Contrastare i femminicidi, e gli altri fenomeni violenti, non significa soltanto punire dopo, ma intervenire prima. E per farlo servono dati concreti. Solo da questa conoscenza possono nascere politiche mirate, come programmi di sostegno psicologico per uomini separati, monitoraggio delle famiglie con precedenti di violenza, controlli mirati nelle fasce più vulnerabili, e l’apertura di sportelli di ascolto nelle aree maggiormente a rischio.
Il femminicidio, come gli altri atti di violenza, non è un fenomeno “trasversale”: è una formula rassicurante, che non offende nessuno, ma falsa. Si tratta invece di un fenomeno che segue schemi sociali e culturali ben precisi, come dimostrano i dati francesi e come lascia intuire la sproporzione tra autori nazionali e stranieri. Continuare a nasconderci dietro a un “buonismo” fuorviante – probabilmente figlio della cultura Woke – senza raccogliere e pubblicare dati completi sugli autori, significa trattare questi fenomeni come una tragedia inevitabile. Ma inevitabile non è: servono analisi serie e prevenzione mirata.
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