Il Budget del Regno Unito appena approvato rappresentava un banco di prova cruciale per la Cancelliera Rachel Reeves, chiamata a rassicurare contemporaneamente i mercati, il suo partito e di stabilizzare l’inflazione. La memoria del mini-budget di Liz Truss, che aveva provocato una crisi finanziaria lampo con un’impennata dei tassi e un crollo della fiducia, incombeva ancora sulle aspettative. Allo stesso tempo, una parte significativa del Partito Laburista guardava con sospetto alle misure di contenimento del welfare annunciate a marzo. E, in un contesto ancora sensibile dal punto di vista inflazionistico, il governo doveva dimostrare di saper presentare una manovra coerente con l’obiettivo di stabilizzare i prezzi. Era dunque un trilemma politico ed economico di non poco conto.

Il quadro sottostante evidenziava le ragioni della complessità della situazione. L’Office for Budget Responsibility (OBR) ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del PIL per il prossimo quinquennio. La crescita media del PIL reale 2026–2029 è stata ridotta di 0,3 punti percentuali all’anno, passando da circa 1,8 % a 1,5 %, a causa della revisione al ribasso della produttività di medio periodo, scesa dall’1,3 % all’1 %. Una crescita potenziale più debole implica minori entrate fiscali: rispetto alle previsioni di marzo, a novembre il gap era stimato in circa 21 miliardi di sterline, da colmare con nuove misure.

Di fronte alle tre strade possibili (tagliare la spesa, aumentare le entrate o ricorrere a ulteriori emissioni di debito pubblico) Reeves ha scelto in modo netto l’aumento del gettito. Secondo l’OBR si tratta del terzo più grande incremento della pressione fiscale dal 2010. La misura più rilevante riguarda il congelamento delle soglie dell’imposta sul reddito fino al 2031: un’estensione del fiscal drag che colpisce soprattutto la classe media e che consentirà di raccogliere circa 12.5 miliardi di sterline entro il 2029/30. La seconda misura per impatto è la stretta sui contributi previdenziali tramite salary sacrifice: dal 2029 l’esenzione dal National Insurance per i versamenti pensionistici sarà limitata a 2.000 sterline all’anno. Sulla quota eccedente scatteranno i contributi ordinari dovuti sia dal lavoratore sia dal datore di lavoro, con un gettito aggiuntivo stimato in 4,7 miliardi di sterline. La combinazione di queste e altre misure darà luogo, nel 2029, a una stretta fiscale di circa 26 miliardi di sterline, che ridurrà il debito corrente, permetterà alla Cancelliera di rispettare il regime fiscale e amplierà il margine di manovra fino a circa 22 miliardi. È anche per questo che il Budget è stato accolto positivamente dai mercati: la manovra è apparsa prudente, costruttiva e più solida delle attese, in netto contrasto con i rischi sperimentati negli anni recenti.

Resta però aperta la questione della credibilità di medio periodo. In primis, molti economisti vedono la possibilità concreta di ulteriori revisioni al ribasso della crescita del PIL britannico, il che potrebbe richiedere un’ulteriore stretta fiscale nel futuro. Il governo, inoltre, ha perso credibilità per via dei passi indietro sulla winter fuel allowance e sui sussidi per la disabilità, i quali hanno certificato la confusione programmatica dell’esecutivo. Da un punto di vista politico, il Labour vive un momento di sempre decrescente popolarità, e l’impatto del Budget sulla classe media potrebbe comprometterne ulteriormente il consenso.

Dunque, questo Budget evita instabilità e migliora il quadro fiscale di breve periodo, riducendo alcuni rischi macroeconomici immediati. Tuttavia non risolve i problemi strutturali delle finanze pubbliche britanniche e rinvia al futuro le decisioni difficili. Ed è proprio questo rinvio a rendere la sostenibilità della manovra esposta a un elevato rischio politico.

Andrea Fodale

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