L’orizzonte regionale è sempre più europeo ed è giusto che le Regioni si preparino alla sfida della spesa delle risorse messe a disposizione dall’Unione europea. Giusto essere severi con se stessi fino al punto di dirsi tutta la verità, ma non andare oltre questa. Salvatore Varriale, sul Riformista Napoli di ieri, ha letto i dati elaborati dal Ministero delle Finanze sugli esiti della Agenda 2014-2020 mettendo un segno meno alla Campania, con un 25% di spesa, e collocandola agli ultimi posti in Italia, mentre è la seconda della categoria. In realtà la Campania ha una spesa pari al 29,15%, rispetto al 29,26% di media nazionale, di cui 29,52% per quanto riguarda il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e 27,31% per quanto riguarda il Fondo sociale europeo (Fse).

Rispetto al Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr), la Campania, con il suo 45,31%, segna, per spesa, un +2% rispetto alla media nazionale, pari al 43,29%. Sui Programmi operativi nazionali (Pon) la spesa si ferma al 32,35% di media. Detto ciò, è chiaro che non ci si può compiacere dei dati campani e, in generale, di quelli nazionali. È indispensabile che impariamo a programmare e spendere. Ma è inutile flagellarsi fino a negare i dati in crescita che, seppur non entusiasmanti, possono aiutarci a credere che migliorare si può. Secondo Open Coesione, la Campania al 31 dicembre del 2012, penultimo anno della Agenda 2007-2013, aveva una spesa pari al 18,44% del totale programmato e un impegno pari al 71,29%; al 31 dicembre del 2019, penultimo anno dell’Agenda 2014-2020, la spesa era pari al 28,22% e l’impegno pari al 98,61%. In cinque anni la Regione migliora del 10% la spesa e addirittura del 27% gli impegni. Considerato che il Programma operativo regionale 2007-2013 è partito a gennaio 2008, quindi nei termini, e quello 2014-2020 è partito a gennaio 2016, quindi con un anno di ritardo, i dati di avanzamento risultano ancor più apprezzabili.

Certo, l’accelerazione della spesa è non solo auspicabile, ma dovuta. Ma non con il metodo della spesa a pioggia, cui si è fatto ricorso tra fine 2014 e inizio 2015, perché questo vanifica l’effetto positivo della programmazione strategica alla base della politica di coesione e trasforma la spesa per investimento in spesa improduttiva. Per accelerare la spesa si dovrà far leva su competenza e qualità del lavoro degli organismi preposti alla gestione dei programmi europei. La sfida si vince sul potenziale tecnico delle risorse umane impegnate e sulla modernizzazione della pubblica amministrazione. I dati esaminati ci dicono, infatti, che il cortocircuito avviene dopo che la Regione ha svolto la sua funzione di programmazione e impegno delle risorse, cioè quando i beneficiari incontrano il blocco della nostra insostenibile burocrazia e dei suoi tempi: tra autorizzazioni, permessi, licenze, giustizia, vincoli, chi partecipa a un bando regionale impiega tempi non compatibili con quelli definiti dall’Europa per spendere le risorse. Nei prossimi anni ci saranno più risorse a disposizione e diversi strumenti europei da gestire e non esiste il rischio di disimpegno perché le risorse non spese verranno riprogrammate sugli stessi territori. Dunque non è tempo di lamentarsi, se veramente vogliamo prendere quel treno.