Sarebbe insufficiente lo spazio di un’intera pagina soltanto per elencare – figurarsi commentare – gli spropositi e le oscenità cui si è lasciata andare Francesca Albanese nel corso della sua militanza anti-israeliana e antisemita. E ci vorrebbe chissà quanto per nominare i troppi – giornalisti, conduttori televisivi, politici, conferenzieri, rettori universitari – che hanno offerto tribuna alla “special rapporteur”, la sedicente avvocata secondo cui “gli ebrei” (non Netanyahu, non il governo di Israele, non l’esercito israeliano: “gli ebrei”) hanno fatto ai palestinesi ciò che i nazisti fecero agli ebrei.

Lasciamo dunque perdere le singole voci del cupo curriculum di questa disinvolta attivista, e accantoniamo la responsabilità dei tanti che ne hanno consentito l’accreditamento. Il punto su cui riflettere è un altro, e risiede in questo interrogativo: ne valeva la pena? L’odio per Israele e il pregiudizio antiebraico del vasto mondo politico-editoriale che ha lasciato imperversare in quel modo Francesca Albanese – ecco la domanda – valeva la pena del discredito portato alle Nazioni Unite dalle volgari intemperanze della propria consulente? Valeva la pena lasciare che quell’odio e quel pregiudizio si sfogassero consentendo a Francesca Albanese di adoperare la propria immunità per quelle intollerabili incursioni? Valeva la pena che le Nazioni Unite si riducessero a un desolante scudo protettivo dell’attivista che istiga i ristoratori a molestare i clienti che non denunciano il genocidio e l’apartheid? Valeva la pena che un altissimo ufficio della cooperazione internazionale finisse al rango di credibilità, di rispettabilità e di dignità che può vantare una ciurma da Flotilla?

Vogliamo sperare che almeno qualcuno tra chi pure nutre tutto quell’odio, tutto quel pregiudizio, o anche soltanto vi accondiscende, capisca infine che proprio non ne valeva la pena. Vogliamo sperare che si renda conto del danno fatto a un’organizzazione – l’Onu – già abbastanza malridotta per sopportare l’affronto supplementare di essere associata a questa sguaiata megalomane. Ma è possibile che si tratti di speranze vane. È possibile che gli agenti politici ed editoriali di Francesca Albanese detestino più Israele e gli ebrei di quanto tengano alla decenza delle istituzioni internazionali. È possibile che neppure le divagazioni di Francesca Albanese sul “nemico comune dell’umanità” bastino a far dire loro basta.