Il ricordo
Gemelle Kessler, quella simmetria che sfida il tempo e una vita in simbiosi che nessun uomo riuscì mai a separare
Le gemelle Kessler sono state uno degli specchi più nitidi — e insieme più ambigui — dell’Italia in bianco e nero. Arrivate alla Rai negli anni Sessanta come una ventata di modernità nordica, si trovarono a danzare in un Paese che oscillava tra desiderio di cambiamento e rigida morale cattolica. “Non si doveva mai vedere la pelle”, ricordavano anni dopo. La pelle nuda era più sovversiva di una battuta politica, più minacciosa di qualunque canzone irriverente.
Le gambe, soprattutto, facevano “più danni di qualunque satira”, perché lì, nello spazio tra la televisione e il salotto familiare, si giocava una battaglia silenziosa tra modernità e tradizione. Le Kessler non sfidavano il sistema: lo aggiravano con grazia, portando leggerezza in un Paese che aveva paura della leggerezza. Con il loro stile impeccabile, la sincronia perfetta e quella compostezza quasi militare, incarnarono un paradosso: erano modernissime, eppure rassicuranti. Erano l’ordine dentro la trasgressione. Ma dietro la coreografi a c’era qualcosa di più profondo: un legame assoluto, quasi mitologico. Gemelle nella vita e nell’immaginario, inseparabili, identiche eppure non intercambiabili. La loro forza era anche questa simmetria che sfidava il tempo, uno stare al mondo “in due” come condizione essenziale, non accessoria. Così, quando in anni più recenti hanno parlato della loro idea, meditata, quasi filosofica: “Se una di noi dovesse restare sospesa in un limbo, l’altra non la lascerà sola” — quella volontà è stata interpretato da molti come l’ultimo capitolo coerente della loro storia pubblica, conclusasi ieri a 89 anni. Non come cronaca, ma come simbolo: la volontà di restare unite fino in fondo, oltre il sipario, oltre ciò che la vita concede, tanto da aver chiesto che le ceneri venissero unite in un’unica urna.
Come riporta il quotidiano tedesco Build le gemelle, che vivevano a Monaco di Baviera, avrebbero fatto ricorso al suicidio assistito, una pratica che a determinate condizioni è ammessa in Germania. Dietro la leggenda televisiva c’era una storia umana: Alice e Ellen vivevano come un’unica entità, stesse passioni, stesso lavoro, stesso destino. Una vita in simbiosi che nessun uomo riuscì mai a separare. Non perché non avessero incontrato l’amore, ma perché il loro legame era più radicale, più assoluto di qualunque relazione possibile. Negli ultimi anni, quando la fama era diventata memoria e la vita aveva rallentato il suo ritmo, le Kessler parlarono apertamente del patto che avevano stretto: “Vivremo insieme, moriremo insieme”, avevano annunciato con la stessa naturalezza con cui, per decenni, avevano calcato i palchi una accanto all’altra. Era la forma estrema e coerente del loro legame: un rifiuto radicale della solitudine, la scelta di un destino condiviso fino all’ultimo respiro. Le Kessler furono icone, certo, ma furono soprattutto il racconto di due vite intrecciate in modo irripetibile. Un binomio che ha attraversato la cultura popolare e la storia del nostro costume con passo leggero, lasciando un’economia fatta di luce, disciplina e affetto, che il tempo non è riuscito a scalfi re.
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