Politica
Giancarlo De Cataldo sbaglia: la riforma Nordio non è di destra, ma di Vassalli
Giancarlo De Cataldo ex magistrato e romanziere di successo (Romanzo Criminale, Suburra) è sceso in campo a sostegno degli ex colleghi schierati con il Comitato “Giusto Dire No”, e ovviamente come da solito costume intellettuale, di una certa intellighenzia lo fa motivando la sua scelta come coerente con il dettato costituzionale, e con la “separazione dei poteri” e di più a tutela di quella funzione di “controllo” a cui si dice “affezionato” del potere giudiziario sul potere politi.
Magistratura e politica
Spiega sempre De Cataldo, con il suo stile calmo, accorto, sapienziale che “la questione non riguarda la “separazione delle carriere”, e del resto questo lo si era capito da tempo, ma lo stato del rapporto esistente oggi tra potere giudiziario e quindi la magistratura e il potere politico, rispettivamente incarnato da governo e parlamento. Per lo scrittore infatti è necessario “difendere” l’attuale assetto, perché questa riforma è il prodotto di una visione che è tipica della destra conservatrice, secondo cui “chi vince le elezioni è sovrano e non è soggetto a nessun controllo”: e De Cataldo si lancia qui in una considerazione che per quanto legittima, noi crediamo nella libertà di espressione, non trova alcun fondamento politico, perché questa riforma che non stravolge il dettato costituzionale, che non limita il ruolo di controllo, la funzione di garanzia o l’autonomia della magistratura – come sostengono gli alfieri del no e i loro giannizzeri sguinzagliati ovunque – è figlia di quella riforma voluta e vergata da Giuliano Vassalli, un partigiano socialista e giurista accorto che ben comprese i limiti di un sistema che non è stato concepito nell’Assemblea Costituente ma che è stato traslato direttamente da quella che fu l’architettura voluta dal fascismo, che concepì l’unificazione delle carriere come strumento di controllo e di azione repressiva attraverso i “Procuratori del Re”.
Una riforma che non vuole conservare
Per questo sostenere che la riforma Nordio sia il frutto pratico delle teorie conservatrici significa negare l’evidenza. Non vi è nulla di conservatore nella riforma Nordio, eccetto forse un principio universale che è quello di mettere fine alla politicizzazione della magistratura, alle correnti, agli scandali e di garantire quella “terzietà del giudice” che è alla base di un sistema liberale che voglia e ambisca a definirsi tale. Di più il conservatorismo non ha un modello di società prescritta da realizzare, ma agisce coniugando valori e principi chiari con un’impronta realista, ma nulla che incida sull’attuale riforma che gli elettori sono chiamati a confermare. Lo dimostrano anche gli esponenti della sinistra che per coerenza e obiettività si sono schierati a favore della riforma, i magistrati per il “si” che certo non sono dei conservatori meloniani, ma semplicemente giuristi e operatori del diritto stanchi di un sistema che ha mostrato tutte le sue lacune, i limiti e le costanti violazioni.
Il tentativo di politicizzare il voto
Sono conservatori i radicali o i socialisti schierati con il “si”? Certo che no. Il tentativo di politicizzare il voto è operato con l’intento di spostare l’attenzione dal merito della riforma, opera affidata agli intellettuali da salotto della sinistra, bravissimi nel gridare all’attentato – che non esiste – alla costituzione e al rischio “fascismo”. C’è un punto che De Cataldo però da “affezionato” alla Costituzione della Repubblica italiana come si definisce dovrebbe rammentare: la Costituzione fissa un chiaro, inequivocabile e fondamentale “equilibrio” tra i poteri e nessuno dei tre, neanche quello giudiziario può violarlo, altrimenti si genera uno squilibrio disarmonizzante e pericoloso.
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