Il gatto nero continua a essere uno degli animali più carichi di simbolismo, credenze popolari e paure ancestrali. Nonostante nel 2025 viviamo ormai nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della medicina predittiva, la superstizione resta radicata: in molte zone d’Italia, infatti, il felino dal mantello scuro viene ancora associato a sfortuna, magia, presagi e occultismo. E le conseguenze non sono soltanto culturali: infatti incidono sulle adozioni dei gatti, sulla vita quotidiana degli animali e talvolta sulla loro sicurezza. Secondo volontari e responsabili di rifugi italiani, i gatti neri rientrano stabilmente nella categoria dei meno adottati rispetto ad altri colori, un fenomeno noto come black cat bias. Gli operatori raccontano di richieste che riguardano soprattutto mici tigrati, rossi, bianchi o con particolarità cromatiche, mentre i neri restano più a lungo in stallo, talvolta per anni. Un’ombra lunga, dunque, che va oltre il mito.

Ma da dove nasce questa associazione? Gli studiosi delle tradizioni popolari parlano di eredità medievale e di una cultura europea in cui il nero era il colore dell’ignoto, dell’invisibile, del notturno. I gatti, animali indipendenti e difficilmente controllabili, venivano percepiti come intermediari tra mondi: il naturale e il soprannaturale. Nel corso dei secoli, la figura del gatto nero si è intrecciata con cacce alle streghe, folklore contadino, paure religiose e narrazioni tramandate oralmente che, ancora oggi, permangono. Nel corso poi della storia audiovisiva, il gatto nero ha assunto un ruolo simbolico molto più grande della sua presenza fisica: da comparsa inquietante a oggetto di superstizione, passando per figura di fascino, magia e ambiguità morale. Cinema e televisione hanno contribuito a plasmare e talvolta ad alimentare l’immaginario popolare che ancora oggi circonda il micio dal manto scuro. La sua immagine diventa presto linguaggio visivo: quando il gatto nero appare in scena, quasi mai è neutrale. La regia lo colloca come presagio, guardiano dell’occulto, o creatura in grado di percepire ciò che sfugge ai personaggi umani. Nei film horror e gotici, soprattutto tra gli anni ’50 e ’80, il gatto nero è stato spesso associato alla stregoneria, ai rituali e ai presagi maligni, ereditando modelli narrativi provenienti dalla tradizione europea e dalla letteratura gotica ad esempio la celebre opera Il gatto nero ispirata ad Edgar Allan Poe, più volte rivisitata in chiave cinematografica.

Tuttavia, non mancano rappresentazioni più moderne e positive, soprattutto nei prodotti destinati a un pubblico giovanile o fantasy. In questo caso il gatto nero non è più creatura malefica, ma compagno intelligente e “altro”, spesso dotato di ironia, coscienza e ruolo morale: basti pensare a Salem in Sabrina, Vita da Strega o al gatto Jiji ne Il mio vicino Totoro e in Kiki – Consegne a domicilio. Qui il simbolo si ribalta: il gatto nero diventa spalla emotiva, custode della crescita personale, animale guida più che presagio. Questa ambivalenza narrativa spiega come cinema e televisione non si siano limitati a raccontare il gatto nero, ma abbiano rinforzato e talvolta messo in discussione il suo mito. Nell’epoca contemporanea con il predominio di prodotti streaming e serie rivolte a pubblici globali, il gatto nero appare sempre più spesso come personaggio affettuoso, ironico, intelligente o malinconico, contribuendo a un lento processo di risemantizzazione: da mostro narrativo ad anima complessa.

Nonostante questo, la rappresentazione pop rimane un campo di battaglia culturale: il gatto nero continua a essere usato come metafora, più che come animale reale. E quando lo schermo attribuisce significati simbolici anziché biologici, lo spettatore rischia di portarsi dietro un retaggio che va oltre la finzione. Perché a differenza dei cattivi di Hollywood, i gatti neri esistono davvero e subiscono le conseguenze del nostro immaginario. La superstizione poi non si limita a credenze astratte: in alcuni periodi dell’anno, soprattutto vicino ad Halloween o date simboliche, le associazioni segnalano una maggiore attenzione nel controllo delle adozioni per evitare il rischio di riti o maltrattamenti. Un clima che racconta un’Italia sospesa tra razionalità contemporanea e residui culturali difficili da estinguere. Eppure, nella parte opposta della narrazione, il gatto nero viene celebrato come icona di eleganza, portafortuna e spiritualità in altre culture: dal Giappone all’Inghilterra, dove incontrarlo è considerato un auspicio positivo. Un contrasto globale che dimostra quanto la simbologia sia una costruzione umana, non un destino biologico.

La giornata del 17 novembre nasce proprio con questo intento: scardinare la superstizione attraverso l’informazione. Perché il gatto nero non è un simbolo, ma un animale come tutti gli altri. Non porta fortuna, né sfortuna: porta vita, affetto e presenza. La vera domanda allora non riguarda lui, ma noi: quanto siamo ancora prigionieri di ciò che ci è stato raccontato, invece di ciò che possiamo verificare?

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Esperto di social media, mi occupo da anni di costruzione di web tv e produzione di format