Lo sguardo di Elisabetta Gualmini è serafico. Sereno, per nulla spaesato. Come dopo un grande momento di sollievo. E lo afferma a piene parole, appena accende il microfono: «Oggi mi sento tornata a casa. Sono una donna arrivata tardi alla politica, ho aderito al Pd dopo il Lingotto di Veltroni perché era un partito della sinistra liberale, riformista, popolare. Non mi sarei mai aspettata che sarebbe, negli anni, diventato quello che è diventato oggi».

L’annuncio arriva in una conferenza stampa non priva di emozione. L’eurodeputata lascia il Partito democratico e aderisce ad Azione, accanto al segretario Carlo Calenda e al senatore Marco Lombardo. Un passaggio politico che pesa, e che si inserisce nel riassetto del campo riformista. Calenda non nasconde la soddisfazione: «Sono contento che Elisabetta Gualmini sia dei nostri». E aggiunge, in conferenza stampa al Senato: «Spero che piano piano altri seguiranno. Questo è un auspicio». Per il leader di Azione, il suo partito «non è il luogo in cui ci si piega alla logica destra-sinistra tradendo quello che uno è, la propria storia. Oggi stare in uno dei due poli è più facile che stare in un polo terzo». Il percorso di Gualmini, insiste, «è molto simile al mio e a quello di altri esponenti di Azione». E rilancia: «Deve essere costruita un’alternativa al sovranismo ma non col populismo, che è della stessa matrice». Gualmini, da parte sua, parla di “mutazione genetica” del Pd. «Il 92% sta con Elly Schlein, ha preso tutto il partito e ne ha fatto una cosa diversa da quel che era e che doveva essere». Non è una polemica personale, assicura. «Ci siamo parlate e spiegate, c’è un ottimo rapporto personale che non si modificherà». Ma la diagnosi politica è netta: «Penso che il Pd abbia cambiato natura, che ci sia stata una mutazione genetica per cui il partito oggi si trova su un asse radicale che taglia fuori la cultura riformista di cui io da sempre sono testimone».

Tre, in particolare, le ragioni della rottura. «Primo, la collocazione politica internazionale: sull’Ucraina non ci possono essere ambiguità. Sulla Difesa europea ancora meno. Secondo, la politica industriale. Il green deal è stato affrontato male e spiegato peggio. Un partito non può prescindere da una visione strategica dell’economia. Il Pd, incredibilmente, non ne ha nessuna. Terzo: il referendum. I garantisti stanno da una parte sola: con il Sì. Schierarsi con il No rende il Pd irriconoscibile. Li guardo con stupore: cosa vi è successo?». Non a caso, Gualmini annuncia che voterà Sì al referendum sulla giustizia. «Non arriveranno le cavallette. Voterò sì, penso che sia una riforma giusta. Se il governo fa delle cose buone noi le votiamo. È un criterio pragmatico». Parole che segnano una distanza ulteriore rispetto alla linea dem.

Sul piano europeo, la scelta è altrettanto chiara: adesione a Renew Europe. «Sono fortemente europeista, e Renew Europe è il gruppo più nettamente europeista che ci sia a Bruxelles. Lì voglio costruire uno spazio dove rappresentare le mie idee senza nessuna ambiguità, neanche una, sul sostegno all’Ucraina». Una collocazione che rafforza il posizionamento centrista e liberale di Azione nel Parlamento europeo. Calenda alimenta la prospettiva di ulteriori adesioni da parte dei riformisti dem, sempre più isolati: «Si uniscano, lo dico come speranza». Gualmini precisa: «Ad oggi non mi risultano fuoriuscite a breve». In direzione, ricorda, la mozione della maggioranza è stata votata con un consenso amplissimo. «Evidentemente la minoranza riformista si è un po’ ridotta». La conclusione è rivendicata con fermezza: «Si è spostato il Pd, io non è che mi sono spostata».

Dal Pd arriva la replica di Nicola Zingaretti, capodelegazione al Parlamento europeo: «Pur nel rispetto della scelta compiuta, non posso che esprimere dispiacere e amarezza». Pazienza. La frattura è ormai consumata. Gualmini parla di “spazio di agibilità politica” ridotto per chi ha una visione moderata e di governo. «O si sta nel Pd per fare il controcanto tutti i giorni o si cerca un altro spazio». Lei lo ha cercato – e trovato – in Azione. Altri seguiranno, c’è da scommetterci. La breccia è aperta. Nel pieno di una stagione segnata dal referendum sulla giustizia e dalle tensioni sulla collocazione internazionale dell’Italia, il cantiere del centro riformista si muove.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.