L’Europa torna in Ucraina. Nella celebrazione del quarto anniversario della liberazione di Bucha e per ricordare le vittime del massacro, l’Alta rappresentante dell’Unione europea, Kaja Kallas, e 26 ministri degli Esteri (assente l’Ungheria, che continua a dialogare apertamente con la Russia), si sono recati sul luogo della strage e a Kyiv per ricordare che c’è ancora una guerra. E questo conflitto si combatte nel Vecchio Continente senza alcuna idea di come possa essere ricomposto.

Il ricordo dell’orrore compiuto nella cittadina ucraina è ancora forte e sedimentato tra la popolazione di tutto il Paese. Quando l’esercito riprese il controllo di quel centro a nordovest della capitale, i soldati si trovarono davanti agli occhi i segni di un vero e proprio orrore. Cadaveri riversi a terra, molti buttati nelle fosse comuni, diversi con le mani legate, segno di esecuzioni sommarie avvenute prima che i russi si ritirassero. Nei racconti dei sopravvissuti e nei risultati delle indagini, la verità di abusi e violenze, su uomini, donne e bambini. Un inferno avvenuto nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina. E quell’invasione, quattro anni dopo, è ancora una realtà che lacera il Paese. Kallas e i ministri degli Esteri, che si sono riuniti in via informale a Kyiv e Bucha, hanno emesso una nota congiunta in cui hanno sottolineato “l’incrollabile impegno” affinché Mosca sia ritenuta pienamente responsabile di quei crimini. “La responsabilizzazione è un elemento integrante di una pace globale, giusta e duratura”, hanno dichiarato i rappresentanti europei, ricordando anche il sostegno all’Ucraina e la necessità che ne siano rispettate la sovranità e l’indipendenza.

Un impegno confermato anche dall’Italia, rappresentata ieri dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ma mentre il mondo è concentrato (inevitabilmente) sulla guerra in Medio Oriente, il conflitto in Ucraina prosegue. E il negoziato per un eventuale accordo di pace appare del tutto paralizzato. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha anche fatto calare il gelo sull’ipotesi di una “tregua di Pasqua” paventato da Kyiv. “Dalle dichiarazioni di Zelensky che abbiamo letto, non abbiamo visto un’iniziativa chiaramente formulata” ha detto Peskov, “Zelensky deve assumersi le proprie responsabilità e prendere le decisioni appropriate affinché si possa progredire verso la pace, non verso una tregua”. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, ha dichiarato che Mosca è pronta al dialogo, ma che “non inseguirà nessuno”. Anche se è difficile credere come possa riaprirsi davvero il canale tra la Russia e l’Occidente.

E intanto, i raid russi continuano in diverse regioni dell’Ucraina. Ieri pomeriggio, le forze del Cremlino hanno di nuovo bombardato le infrastrutture di Kryvyi Rih, nella regione di Dnipropetrovsk. Nella notte precedente, i raid hanno preso di mira Poltava, provocando un morto e quattro feriti. Secondo Zelensky, il presidente russo Vladimir Putin ha fatto sapere agli Stati Uniti che ha intenzione di conquistare il Donbass entro due mesi. E la richiesta del capo del Cremlino è che Kyiv si ritiri dalla regione orientale a meno che non voglia incorrere in condizioni ancora più severe qualora si riaprissero i negoziati di pace. Un ultimatum che mostra come lo “zar” non sia disposto a fare concessioni, tanto più ora che Donald Trump è pienamente concentrato sulla guerra all’Iran.

Ma il leader ucraino ha respinto le pretese di Putin, consapevole anche che i costi della guerra, se pesano in modo enorme su Kyiv, iniziano ad avere un ruolo anche nell’opinione pubblica russa. L’esercito ucraino ha dimostrato di sapere resistere. Gli attacchi agli impianti petroliferi della Federazione segnalano che la difesa antiaerea di Mosca non è impermeabile. La scorsa settimana, i droni ucraini sono arrivati fino a Primorsk, sul Mar Baltico, a poco più di cento chilometri da San Pietroburgo. Putin inizia a farsi vedere sempre di meno. Secondo la newsletter Faridaily, nei primi tre mesi del 2026 ha preso parte a 54 eventi pubblici: un calo del 24% rispetto al 2025. E il malcontento cresce anche per l’economia, le restrizioni e l’isolamento.