L'Italia del sì
Ha vinto il No, ci rimette l’Italia: il sacrosanto principio costituzionale che non potrà realizzarsi
Su Repubblica leggo una lettera del dott. Antonello Ardituro, sostituto procuratore nel DNA, nella quale si commentano i “cori” in tribunale come “una liberazione”. È una lettera attentamente congeniata, all’apparenza elegante, nella sostanza, a mio modo di vedere, non condivisibile, con la quale l’autorevole magistrato commenta l’iniziativa assunta da parte della magistratura in una “saletta dell’ANM”, per festeggiare la vittoria del No.
Ora, a parte l’opportunità dell’iniziativa e, fermo restando la felicità o meno della scelta del luogo, mi permetto di osservare un eccesso di enfasi “patriottico” davvero disambientato, considerate le circostanze. Specie se poi, tra le tante cose che si dicono, si richiama il “pesante fardello dei giudici” senza pensare che detto problema non si risolve con il manifestato No e con i conseguenti retorici brindisi liberatori. Forse, ma è solo una mia osservazione, credo che ove avesse prevalso il Sì, il “gravoso fardello” lo si sarebbe potuto, quantomeno, alleviare poiché frutto non già di motivate faziose considerazioni politiche dell’ultima ora, ma di ponderata scienza, coscienza e indipendenza che avrebbero consentito di realizzare quell’ultimo atto dovuto per conseguire quel principio che dal 1999 attende di essere messo in pratica.
Invece la solita filosofia del “tutto finisce a tarallucci e vino”, condita da un po’ di musica importante e significativa che in certe occasioni, sicuramente, è opportuno richiamare, ma che in questo caso c’entra come i cavoli a merenda. Infatti il contesto non è certo quello enfaticamente e strumentalmente evocato! Retorica dozzinale. Mi spiegano ora questi illuminati magistrati come sarà mai possibile realizzare quel sacrosanto principio costituzionale stabilito nel lontano 1999, voluto e votato pressoché da tutte le forze politiche, che sancisce all’art.111 il “giusto processo” e che “si attiva in contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti al giudice terzo”?
Con la vittoria voluta dai fautori del No, di fatto, si è impedito che ciò possa realizzarsi. Quid iuris, come risolvere il problema? Certo, è una questione complessa ma sembra che nessuno, all’atto del voto, se la sia posta nella debita considerazione.
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