Caro direttore,

sono figlio di un uomo che ha servito lo Stato mettendo a rischio ogni giorno la sua vita per la nostra sicurezza. Un uomo che mi ha insegnato il rispetto per le istituzioni. Un uomo che non si è mai lamentato per le difficoltà che ha dovuto affrontare per portare avanti una famiglia con uno stipendio ai limiti della soglia di sopravvivenza. Un uomo orgoglioso che con i propri sacrifici ha consentito ai propri figli di studiare per migliorare la loro condizione sociale. Una persona che con la sua divisa ci ha insegnato e ci ha permesso di coltivare i nostri sogni e ci ha donato la libertà.

Nella mia vita, grazie al suo esempio, non ho mai avuto dubbi da che parte schierarmi: sono sempre stato dalla parte delle Istituzioni. Eppure oggi, nel vedere certe scene scomposte in luoghi deputati ad accogliere la sacralità del giudizio, resto attonito e perplesso. Ho sempre creduto fortemente nel confronto democratico frutto del rispetto e della considerazione dei convincimenti altrui, e ho sempre accettato il giudizio del popolo senza trovare giustificazioni rispetto a una libera espressione del voto dei cittadini. Mi sono sempre sforzato di comprendere i comportamenti di chi era portatore di un’idea diversa, ma questa volta non riesco a trattenere il senso di disagio rispetto a una manifestazione di una gioia inaccettabile nel momento in cui si trasforma in balli e cori contro l’avversario.

La campagna referendaria è finita, e il richiamo del Presidente della Repubblica a utilizzare toni adeguati è restato ancora inascoltato. Vedere i custodi delle leggi intonare “Bella Ciao” e inveire contro un presidente del Consiglio lascia attoniti. Quel canto, inno alla liberazione partigiana, ha un retrogusto amaro nella misura in cui appare quasi come una colonna sonora alla liberazione dal nemico e alla vittoria della battaglia. Ed è questo il punto drammatico che spinge a un’amara riflessione: qualcuno ha trasformato il referendum in una guerra in cui chi la pensava diversamente era un nemico. Che brutto termine “nemico”: colui il quale nutre verso altri sentimenti di avversione, di ostilità e si comporta di conseguenza desiderandone il danno e spesso anche cercando di procurarne il male. Sulla base di ciò quegli abbracci, quei balli e quei canti corrono il rischio di dividere ancor di più il Paese. Corrono il rischio di alimentare ostilità e retropensieri. Perché in tanti, domani, quando andranno in udienza si chiederanno che cosa si cela dietro quella toga che li deve giudicare. Quale cuore palpita, quali passioni e soprattutto fino a che punto saprà quel Giudice essere al di sopra delle parti.

Il tifo che si è scatenato dopo il risultato ci ha mostrato il volto di una squadra che festeggia una vittoria, ma ora l’interrogativo che ci assilla è il seguente: riuscirà questa squadra, quando sarà chiamata ad amministrare la giustizia, anche a tifare per la squadra avversaria? Il tempo ci restituirà la giusta risposta. Ora dobbiamo solo sperare che tutti comprendano che non ci sono nemici da abbattere ma persone che si trovano sulla stessa barca (imputati, Forze dell’ordine, cancellieri e avvocati) e che devono remare nella stessa direzione. Perché, in fondo, pur nelle diversità, dobbiamo comprendere che il cammino sarà comune e che il risultato dipenderà da tutti e non solo da alcuni. Domani sarà un altro giorno, e speriamo che sia migliore.

Michele Sarno

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