Politica
High tech economy italiana, Giorgetti è attento al tema
Presentato il rapporto strategico 2026 sulle tecnologie avanzate. Le high tech moltiplicano crescita, produttività e occupazione
«Siamo di fronte a una nuova economia. O la sfruttiamo puntando sulla creazione di domanda, o ne resteremo vittime». Rosario Cerra, Presidente del Centro economia digitale (Ced), è appena uscito dal Mef, dove ha presentato il rapporto strategico 2026, “High-Tech Economy: il nuovo ciclo competitivo globale”. L’evento si è aperto con i saluti istituzionali del Ministro Giorgetti e ha visto la presenza delle principali aziende partner del Ced, Amazon Web Services, Cisco, Enel, Eni, FiberCop, Google, Gruppo Fs, Hewlett Packard Enterprise, Microsoft, Open Fiber e Terna. «La novità di questo rapporto – spiega ancora Cerra – sta nello sforzo compiuto per analizzare in maniera econometrica di dati dell’Ocse, da quali emergono gli effetti moltiplicatori di questa high-tech economy sull’intero sistema produttivo».
Nello studio del think tank, si legge che le aziende tecnologiche fanno leva su tre fattori. Sono un moltiplicatore di crescita. A parità di potere d’acquisto, ogni dollaro investito nella filiera tecnologica in Ue genera altri 3,9 dollari, distribuiti anche in settori non ancora investiti dalla transizione digitale. Risultato simile nella produttività oraria del lavoro. Il rapporto parla di “uno shock da 10 miliardi di dollari nel valore aggiunto”. L’high-tech porta a un incremento medio dello 0,59%, contro appena lo 0,04% dei comparti tradizionali. Infine l’occupazione. Il Ced conferma quanto altri osservatori, anch’essi non influenzati da pregiudizi, dicono da tempo: l’innovazione tecnologica non uccide i posti di lavoro. Al contrario, l’high-tech economy può creare in tre anni 161 mila nuovi posti di lavoro nell’Ue, contro i 177mila nei Paesi Ocse presi in esame. «Il vantaggio è palese. Non è solo di chi crea la tecnologia, ma anche di chi la adotta e la integra più rapidamente ed efficacemente», sottolinea Cerra, che vede una transizione risolta in maniera pragmatica nelle sue dimensioni. Quella digitale, quella verde e, quella meno nota, demografica.
L’ottimismo del documento emerge già da questi numeri. D’altra parte, viene da chiedersi perché, di fronte a uno sforzo così significativo delle forze produttive e della ricerca, il decisore politico non viaggi alla stessa velocità. Non è il caso di Giorgetti, di cui è nota la sensibilità sul tema. E nemmeno dell’intero governo italiano. In fatto di innovazione tecnologica, il nostro Paese è partito dalle lunghezze di svantaggio che sta recuperando. «Oggi disponiamo di un patrimonio di fiducia riconosciuto a livello internazionale e che può favorire lo sviluppo della filiera». Il Rapporto rileva segnali incoraggianti. “Una crescita costante dell’export high-tech (dall’1,4% del Pil nel 2010 al 2,7% nel 2024) e un significativo aumento della quota di occupati nei settori ad alta intensità tecnologica e di conoscenza (Kti), che nel 2024 arriva al 9,3, dietro solo alla Germania tra i grandi partner europei, dal 7,5% del 2018”.
D’altra parte, che l’Europa sia indietro rispetto a Usa e Cina è innegabile. La questione diventa geopolitica. Non si limita alle politiche industriali o alle decisioni economiche di Bruxelles. Che comunque languono. Vista la scarsa ricettività raccolta dal piano Draghi. «Bisogna cambiare il modello – dice Cerra – abbiamo speso anni sulla regolamentazione. Adesso dobbiamo mettere la testa sull’adozione di quali processi siano adeguati al nostro ecosistema. Le nuove politiche devono essere orientate alla creazione di una domanda di tecnologia».
A questo proposito, il rapporto Ced parla di “Coopetizione: una dinamica che intreccia collaborazione e competizione tra sistemi economici complementari”. Dev’esserci coerenza tra i sistemi immessi sul mercato e quelli che al mercato servono davvero. L’Europa è unicum nel panorama della globalizzazione. Dimensione, qualità della domanda e ricchezza delle filiere produttive sono i tre pilastri identificati dal Ced. Meritano di essere aggiunti il regime di concorrenza e lo Stato di diritto, a vantaggio delle imprese, e uno Stato sociale per potrebbe fare da volano all’aggiornamento professionale delle persone. Tutti elementi che ci portano a dire quanto per l’Europa sarebbe fattibile una nuova ricollocazione nel mondo. Più competitiva, più a misura delle persone.
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