Il sistema di protezione ambientale italiano, con a capo ISPRA, ha diffuso, come ogni anno, i dati sul consumo di suolo, assieme ad una cartografia aggiornata e ad una serie di indicatori che fotografano l’evoluzione del territorio, la sua trasformazione, la crescita urbana, infrastrutturale ed i relativi impatti sugli ecosistemi. I dati sono a dir poco inquietanti. Nel 2024 si è registrata la perdita di ulteriori 83,7 km2 di suolo naturale, con una media di 230 mila mq al giorno, pari a circa 2,7 mq al secondo.

Con ciò, l’Italia si colloca in una posizione, ben più avanzata rispetto alla media di consumo del suolo registrata a livello europeo. Infatti, oggi, le infrastrutture, gli edifici ed altre coperture artificiali occupano più di 21.500 km2, pari al 7,17% del territorio italiano. Mentre in Europa la media è del 4,4%. È vero, alcune superfici sono state restituite alla natura. Ma si è trattato di soli 5 km². La crescita netta nel consumo di suolo è dunque pari a 83,7 km2, il valore più alto negli ultimi dodici anni. Com’è facile immaginare, le regioni con la maggiore copertura artificiale del suolo restano Lombardia, Veneto e Campania, con un significativo avanzamento dell’Emilia Romagna. La Provincia di Monza e Brianza si conferma capolista con quasi 41% di consumo del territorio provinciale. Ma dati significativi emergono anche riguardo alle isole. In Sardegna, ad esempio, Sassari (245 ettari) e Uta (148 ettari) sono tra le prime città in Italia per crescita di suolo consumato.

Ma come si spiegano simili incrementi specie nelle isole, nelle aree interne e al sud, ove non si registra una corrispondente crescita economica e demografica?

Basta scandagliare bene i dati forniti da Ispra e ci si accorge che i principali motori delle coperture artificiali non sono solo i nuovi edifici, le infrastrutture, i piazzali. Ma anche le coperture derivanti da impianti fotovoltaici, i quali, al sud e nelle isole hanno segnato un forte incremento. In Italia, questi impianti hanno raggiunto la soglia di 1702 ettari di suolo consumato, dei quali l’80% su superfici precedentemente utilizzate a fini agricoli. Allo stesso tempo, crescono le aree sottratte all’agricoltura e lasciate in condizione pre-boschiva, di sostanziale abbandono. Un numero spaventoso, a livello italiano, pari a 70mila ettari l’anno.

Qual è dunque il quadro di fondo che si va determinando in seguito agli attuali modelli di sviluppo?

Cresce la cementificazione delle aree urbane e si spopolano le aree cosiddette marginali, tra le quali le isole e le aree interne. Ma queste ultime vengono nondimeno occupate da nuovi impianti e progressivamente abbandonate dagli agricoltori, quindi ulteriormente penalizzate. Non basta, le coperture artificiali, deputate ad energia rinnovabile, non producano benefici economici per le comunità interessate, dunque non servono neppure come attrattori per ripopolarle. Insomma, nulla di buono dagli ultimi dati di Ispra. Serviranno almeno a far capire che urge invertire la rotta?

Aldo Berliguer

Autore