In un clima sempre più segnato da polemiche ideologiche e tentativi di delegittimazione, la presentazione a Siena del libro Lo scandalo Israele di David Parenzo diventa molto più di un appuntamento letterario. La scelta della Biblioteca Comunale degli Intronati, in prossimità del Giorno della Memoria, ha scatenato proteste e critiche da parte di alcune associazioni e gruppi civici. Ma al centro del dibattito resta una questione fondamentale: il diritto di Israele a esistere e il diritto, altrettanto imprescindibile, di poterne parlare liberamente senza intimidazioni. Abbiamo intervistato Parenzo per chiarire la sua posizione.

A Siena si è sollevata una forte polemica attorno alla sua presenza. Come interpreta queste contestazioni?

«Credo che si tratti delle stesse persone che mi hanno cacciato dall’università La Sapienza e che si autodefiniscono promotrici del dibattito. In realtà lo consentono solo alle loro condizioni, con le persone che decidono loro. Penso, ad esempio, a Tomaso Montanari, che ha fatto un intervento agghiacciante sulla Giornata della Memoria, mettendola sullo stesso piano di ciò che accade a Gaza. Io non ho paura del confronto, accetto qualsiasi domanda, ma sono spesso loro a negarlo, arrivando persino a vietarmi di parlare. Verrò a Siena con grande gioia, ignorando queste minoranze rumorose che pretendono il monopolio dei temi e delle voci legittimate a esprimersi. La trovo una forma di intolleranza assoluta».

Si parla spesso di antisemitismo mascherato da antisionismo. Può spiegare cosa intende?

«L’antisemitismo assume diverse forme e ha più diramazioni, una delle quali è l’antisionismo, cioè la volontà di distruggere lo Stato di Israele. Israele, dal canto suo, sta combattendo Hamas, non il popolo palestinese. Io stesso auspico uno Stato palestinese democratico che viva in pace accanto a Israele, ma una democrazia è indispensabile: Israele non può riconoscere uno Stato governato da un’organizzazione terroristica».

Lei rifiuta con convinzione il termine «genocidio». Perché?

«Perché il genocidio è un’altra cosa: è la volontà di distruggere un popolo. Non è ciò che sta accadendo. Siamo in guerra? Sì. È una guerra drammatica? Assolutamente sì. Ci sono moltissime vittime innocenti? Purtroppo sì. Ma questo non è un genocidio. Quando mi definiscono negazionista, rispondo che nego il genocidio, non i morti: sono due concetti completamente diversi. Anche durante la Seconda guerra mondiale i bombardamenti americani causarono migliaia di vittime civili, ma nessuno parlò di genocidio».

Le viene chiesta la «par condicio» durante la presentazione del suo libro. Come risponde?

«La trovo un’ipocrisia totale. È la presentazione di un libro, non un dibattito politico. Quando Montanari ha presentato il suo Gaza, nessuno ha invitato me, eppure l’ho letto ed è pieno di affermazioni vergognose a cui avrei voluto replicare. Trovo assurdo che per presentare il mio libro sia necessaria la presenza della polizia – che ringrazio infinitamente – mentre per altri eventi non ci sia alcun problema di ordine pubblico. Questo dimostra che in Italia esiste un serio problema di intolleranza verso chi difende il diritto di Israele a esistere».

La vicenda senese che coinvolge David Parenzo non è solo una polemica locale, ma lo specchio di un clima sempre più ostile verso chi difende Israele senza ambiguità. In un tempo in cui l’antisionismo si confonde troppo spesso con l’antisemitismo, riaffermare il diritto dello Stato ebraico a esistere e a difendersi diventa un atto di responsabilità civile. La libertà di espressione non può essere selettiva, né piegata a logiche ideologiche: difendere Israele significa anche difendere il pluralismo, la democrazia e la memoria storica.

In questo senso, la presentazione del libro di Parenzo assume un valore che va oltre il dibattito contingente, trasformandosi in un banco di prova per la tenuta democratica del confronto pubblico. Criticare Israele è legittimo, delegittimarne l’esistenza no. E proprio per questo, in una città come Siena e in prossimità del Giorno della Memoria, garantire spazio a una voce che rivendica il diritto di Israele a non essere isolato o demonizzato dovrebbe essere considerato un dovere civile, non un problema di ordine pubblico.

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Classe 2002, mediatrice linguistica dalla penna obiettiva e tagliente. Sicula passata per l’Inghilterra, ma trapiantata a Siena. Appassionata di Palio, politica e polemiche.