Mentre HBO rende disponibile su Prime Video la miniserie Portobello, dedicata alla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora, con la regia di Marco Bellocchio e la superba interpretazione di Fabrizio Gifuni, noi dobbiamo dirci con molta franchezza che quell’abominio della metà degli anni ottanta, non aiutò a cambiare la magistratura italiana. Non fu un semplice errore giudiziario. Fu qualcosa di più grave e profondo: una vergogna che travolse un uomo innocente, ne compromise la salute e ne distrusse l’onore. Un evento che avrebbe dovuto determinare una riflessione dentro la magistratura italiana, spingendo a una revisione critica dei metodi investigativi e a una seria assunzione di responsabilità. Nulla di tutto questo accadde.

Il volto noto della televisione, simbolo di una Rai popolare e rassicurante, venne esibito in manette come un pericoloso criminale. Le accuse si fondavano in larga parte sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, le cui testimonianze si rivelarono in seguito contraddittorie e inattendibili. Eppure, su quella base fragile, si costruì un impianto accusatorio che portò a una condanna in primo grado a dieci anni di reclusione il 17 settembre 1985. Quello che colpisce, a distanza di decenni, non è soltanto l’errore – che in ogni sistema giudiziario può verificarsi – ma l’assenza di conseguenze per chi quell’errore lo determinò o lo sostenne. Nessun provvedimento significativo, nessun rallentamento di carriera, nessuna autocritica istituzionale. Al contrario, molti dei magistrati coinvolti proseguirono la loro progressione professionale senza ostacoli: Felice Di Persia venne eletto al Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura.

La scelta ebbe un forte valore simbolico: uno dei pubblici ministeri che avevano sostenuto l’accusa in un caso divenuto emblematico di errore giudiziario fu scelto dai colleghi come loro rappresentante nell’istituzione che garantisce indipendenza e disciplina dell’ordine giudiziario. Di Persia, in un’intervista del 2014 dichiarò: «Io non devo pentirmi di nulla, ho fatto il mio dovere». Anche Lucio Di Pietro ebbe una carriera brillante: coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli nel 1992, sostituto procuratore alla Direzione Investigativa Antimafia nel 1993, procuratore nazionale antimafia aggiunto nel 2005, in fine procuratore generale di Salerno. Il procuratore- Diego Marmo, che aveva definito Tortora “cinico mercante di morte” e l’aveva accusato di essere stato eletto al Parlamento europeo con i voti della camorra, nel 2014 fu nominato assessore alla legalità al comune di Pompei.

La sensazione diffusa in quegli anni, fu quella di una magistratura che si richiudeva su sé stessa, difendendo l’operato dei propri membri come se riconoscere l’errore equivalesse a minare l’indipendenza dell’ordine giudiziario. Eppure, l’indipendenza non è sinonimo di irresponsabilità. Al contrario, un potere indipendente deve essere tanto più rigoroso nel valutare i propri errori, proprio perché non sottoposto al controllo diretto degli altri poteri dello Stato. In questo quadro emerse la figura di Michele Morello, che nel 1986 assolse Tortora con formula piena: “Perché il fatto non sussiste”. A differenza di altri, Morello non fece carriera. Dopo quella decisione, secondo testimonianze, alcuni colleghi arrivarono perfino a togliergli il saluto. Un episodio che racconta un clima difficile, in cui l’assoluzione non venne percepita come il trionfo della giustizia, ma quasi come una sconfitta per l’impianto accusatorio e per chi lo aveva sostenuto.

Intitolare almeno un’aula della Corte d’Appello di Napoli a Michele Morello avrebbe un significato profondo: affermare che la giustizia non è nell’ostinazione dell’accusa, ma nell’equilibrio del giudizio. Il caso Tortora resta una ferita aperta nella memoria civile italiana. Non soltanto per l’ingiustizia subita da un uomo, ma per ciò che quella vicenda rivelò: la fragilità delle garanzie quando il sistema si convince di avere ragione; il peso devastante della gogna mediatica; l’assenza di meccanismi efficaci di responsabilità interna. Se fosse stato davvero considerato un abominio, avrebbe generato trasformazioni profonde. Invece, il tempo ha sedimentato la vicenda come un episodio doloroso ma isolato, senza produrre una vera cesura. E questo forse è l’aspetto più inquietante: non l’errore in sé, ma la sua metabolizzazione senza conseguenze. Ricordare oggi quella storia significa interrogarsi sul rapporto tra potere e responsabilità. Significa chiedersi se l’indipendenza possa sopravvivere senza autocritica, e se la giustizia possa dirsi davvero tale quando non sa riconoscere, fino in fondo, i propri fallimenti.