Il Consiglio superiore della magistratura ha approvato questa settimana, come sei astensioni, la delibera relativa all’introduzione dei test psicoattitudinali per i futuri magistrati. Facciamo il punto con l’avvocata modenese Isabella Bertolini, componente del Csm in quota FdI.

Consigliera Bertolini, partiamo dalla sua astensione. Lei è favorevole ai test?
«Assolutamente sì. La volontà del legislatore era chiara: introdurre anche per l’accesso in magistratura una verifica psicoattitudinale seria, capace di accertare l’esistenza di condizioni incompatibili con una funzione tanto delicata. Chi decide della libertà, dei diritti e dei beni delle persone deve avere, oltre alla preparazione giuridica, caratteristiche di equilibrio e adeguatezza attitudinale. È già così per molte altre funzioni delicate dello Stato, penso ad esempio alle Forze di polizia».

Perché allora si è astenuta?
«Da una parte i tempi, dall’altra il modo in cui è stato costruito il sistema. Il Csm avrebbe dovuto dare rapidamente attuazione a una legge approvata dal Parlamento nel 2024. Invece arriviamo a una prima applicazione effettiva nel 2028. Nell’individuare le condizioni di inidoneità, inoltre, sono state introdotte categorie molto ampie, che rischiano di rendere meno efficace lo strumento».

L’Associazione nazionale magistrati considera i test psicoattitudinali quasi una minaccia all’indipendenza della magistratura. Qualcuno si è spinto a dire che siano stati concepiti da Licio Gelli e dai piduisti.
«Mi pare la solita reazione sproporzionata a cui l’Anm ci ha da tempo abituato. Stiamo parlando di strumenti di selezione utilizzati da anni per molte funzioni pubbliche particolarmente delicate. Verificare l’equilibrio psicoattitudinale di chi sarà chiamato a decidere della libertà e dei diritti dei cittadini non penso significhi mettere in discussione l’indipendenza della magistratura».

La delibera individua cinque aree: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. Non c’è il rischio di fare confusione?
«A mio avviso sì. Prendiamo concetti come equilibrio, gestione dello stress, capacità di ascolto. Nessuno può contestare che siano qualità importanti per un magistrato. Il punto è un altro: come si trasformano queste caratteristiche in criteri realmente verificabili? E soprattutto, quali sono le carenze così gravi da determinare l’inidoneità? Questo avrebbe dovuto essere definito con maggiore precisione».

Va ricordato, comunque, che la valutazione finale resterà sempre alla commissione di concorso.
«Certo. Ma proprio per tale motivo bisognava essere ancora più precisi su ciò che il test deve misurare. La legge chiedeva uno screening psicoattitudinale. Non una generica valutazione della personalità del candidato».

E poi ci sono i tempi.
«La legge è del 2024. La delibera arriva ora, ma i test non saranno concretamente a regime prima della primavera del 2028. Sono quattro anni. Quattro anni per fare ciò che una amministrazione pubblica fa in un anno. I concorsi, poi, sono stati fatti in questi anni. La magistratura italiana è adesso per la prima volta nella storia a pieno organico. Bisognerà vedere quindi quando ci saranno i prossimi concorsi».

Il Csm parla di una fase necessaria di sperimentazione.
«La sperimentazione non può diventare il modo per rinviare l’attuazione della legge. È prevista anche una fase di collaudo volontaria sui magistrati ordinari in tirocinio. Non voglio pensare che sia un modo per spostare ancora più avanti l’applicazione obbligatoria».

Teme che nel 2028 possa esserci un altro rinvio?
«Mi auguro naturalmente di no. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario un cronoprogramma più stringente e un’attuazione più rapida. Non vorrei che, arrivati a ridosso della scadenza, emergesse la necessità di ulteriori approfondimenti, nuove sperimentazioni o altre ragioni per rinviare ancora».

I test per i magistrati sono una storica battaglia del centrodestra.
«Esattamente. Proprio perché li riteniamo importanti chiediamo che siano realmente efficaci. Il legislatore ha introdotto una novità significativa. Il compito del Csm era darle concreta attuazione, non modificarne la portata attraverso tempi e modalità applicative».

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere