Un compromesso realistico
Il dilemma del prigioniero tra Ucraina e Ungheria: gas russo per sbloccare il veto
La missione di Giorgia Meloni in Algeria è stata un tentativo concreto di porre una toppa all’ennesima défaillance europea sul fronte energetico. Il blocco parziale dello Stretto di Hormuz ha colto Bruxelles di sorpresa, ricordando quanto l’Europa resti vulnerabile alle turbolenze globali. Gli stoccaggi di gas sono attualmente bassi – intorno al 28% della capacità media Ue – e la situazione resta gestibile.
Tuttavia, un’estate calda o un prossimo inverno rigido potrebbero creare tensioni. Il problema più immediato non è la mancanza fisica di gas, bensì il rally dei prezzi. Ieri, i futures di aprile al Ttf di Amsterdam si sono mantenuti intorno ai 55 euro/MWh. Ma le montagne russe delle ultime due settimane hanno risvegliato nei sonni degli imprenditori l’incubo del caro-bollette di quattro anni fa. Strutturalmente, l’Europa paga ancora il mancato completamento di un vero mix energetico, avviato dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Le rinnovabili non riescono a coprire una quota significativa della domanda. Mentre sul nucleare c’è ancora troppo pregiudizio.
Quindi si torna al gas. Il Nord Africa – grazie al Piano Mattei –potrebbe giocare un ruolo importante, purché diventi una strategia davvero europea e si intervenga rapidamente sull’aggiornamento delle infrastrutture. Norvegia e Stati Uniti restano alleati preziosi, benché costosi. Il vero nodo, però, si trova al centro dell’Europa, tra Ucraina e Ungheria. Qui la questione non è solo energetica, ma riguarda la capacità di resistenza di Kyiv, l’efficacia delle sanzioni contro Mosca e la sopravvivenza politica di Viktor Orbán.
Il dilemma del prigioniero
Si tratta di un caso-scuola di dilemma del prigioniero. La ricerca del massimo vantaggio individuale produce un esito sfavorevole per tutti. Ucraina e Ungheria si trovano di fronte alla scelta tra cooperare o defezionare. Se Kyiv riaprisse il flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, otterrebbe in cambio il gas ungherese e lo sblocco dei 90 miliardi di euro di fondi europei. Questo però rafforzerebbe Orbán e garantirebbe entrate a Mosca. Al contrario, se mantenesse il blocco, metterebbe in difficoltà Budapest, ma resterebbe senza le risorse vitali dell’Europa. Dal canto suo, Orbán ha forti incentivi a non cedere. Con le elezioni del 12 aprile alle porte, mostrarsi remissivo significherebbe perdere la sua principale leva di pressione a Bruxelles e apparire debole davanti agli elettori.
Il risultato peggiore possibile
Così, razionalmente, a entrambi i Paesi conviene la linea dura. Ma il risultato è il peggiore possibile. L’Ucraina senza fondi e senza gas, l’Ungheria con rischi energetici e un maggiore isolamento. Vista da Bruxelles, la via d’uscita più vantaggiosa resta un compromesso realistico, seppur imperfetto. L’Ucraina consente il ripristino di Druzhba (con supporto europeo alle riparazioni), mentre Budapest sblocca gli aiuti e riprende le forniture di gas. Questa intesa permetterebbe all’Ue di evitare una nuova crisi interna, preservare la coesione e garantire a Kyiv le risorse necessarie. Il prezzo da pagare è un vantaggio economico temporaneo per la Russia, che tornerebbe a incassare entrate dal petrolio venduto a Ungheria e Slovacchia. Con il greggio a 100 dollari circa al barile, vorrebbe dire un’entrata di 3-3,5 miliardi di dollari l’anno. Un male minore per l’Ue, una goccia insignificante nell’economia di guerra russa.
© Riproduzione riservata







