Politica
Il freno a mano dell’economia italiana si chiama “dipendenza da committente”
Una proposta di legge di Azione vuole riscrivere le regole tra grandi aziende e fornitori. Ora che il governo si muove sulle PMI, il momento è quello giusto per andare fino in fondo. A illustrarla, Diego Polo Friz, imprenditore e coordinatore del tavolo tematico Imprese del partito
Perché l’Italia non cresce? Non nel senso ciclico della congiuntura, ma in quello strutturale e quasi rassegnato di un paese che produce bene, esporta, innova, eppure non riesce a trasformare tutto questo in reddito, in salari, in investimenti. La risposta non sta soltanto nella burocrazia o nell’inefficienza della pubblica amministrazione — diagnosi abituali, quasi rituali, del dibattito economico italiano. Sta anche altrove. Sta dentro le catene di fornitura. Ed è da questa diagnosi che nasce la proposta di legge di Azione «Delega al Governo per il consolidamento finanziario del sistema produttivo e per la semplificazione dei rapporti di fornitura», presentata alla Camera il 29 ottobre scorso dall’onorevole Fabrizio Benzoni con il sostegno, in Senato, del senatore Lombardo.
Il quadro da cui parte la proposta è quello di un paese anomalo rispetto alle altre grandi economie europee. L’Italia ha pochissime grandi imprese: tra le prime duemila aziende al mondo per fatturato, solo ventotto sono italiane. La Francia — dimensioni economiche non lontane dalle nostre — ne conta sessantadue, più del doppio. Al contrario, il 75 per cento dei lavoratori del settore privato italiano è impiegato in aziende con meno di duecentocinquanta addetti, contro il 57 per cento della Germania. «La grande impresa», spiega Diego Polo Friz, imprenditore, docente universitario e coordinatore del tavolo tematico Imprese di Azione, che ha contribuito in modo determinante alla costruzione tecnica del testo, «è quella che spesso genera buona parte del cosiddetto valore aggiunto — il reddito, quello con cui si pagano gli stipendi. Avendo poche grandi imprese e tante piccole e medie, abbiamo un assetto economico un po’ diverso rispetto agli altri grandi paesi europei».
Questa composizione non è di per sé un difetto — la media impresa manifatturiera è la spina dorsale del made in Italy — ma diventa un problema quando i rapporti tra questi soggetti non sono governati da regole equilibrate. «La situazione tipica dell’economia italiana è quella di un’azienda con cinquanta milioni di fatturato e qualche centinaio di dipendenti il cui cliente è una grande impresa, italiana o molto spesso estera, che fattura trenta miliardi. Vendo a qualcuno che è grosso magari cinquecento volte più di me. E questo non è un’eccezione: è il caso tipico».
Da questa asimmetria discendono tre patologie individuate con precisione quasi clinica nel testo della proposta. La prima è l’incertezza finanziaria. «Tendenzialmente, per questioni di disorganizzazione interna — e ogni tanto anche per le cosiddette degenerazioni organizzative — i flussi finanziari da grande impresa cliente a media impresa fornitrice sono spesso erratici. E quindi la media impresa non si trova di fronte a quella certezza finanziaria di cui avrebbe bisogno per potersi sviluppare con decisione». La seconda patologia è la compressione dei margini: chi vende a qualcuno mille volte più grande di sé non ha potere negoziale, e ogni anno i prezzi vengono rinegoziati al ribasso. «Se vendo a un’azienda tedesca che fattura cento miliardi, ogni anno mi negoziano i contratti comprimendo i miei margini. Il reddito se lo tengono loro e io rimango al reddito di vent’anni fa. Con quel reddito riesco ad avere una dinamica salariale scarsa e una capacità di investimento inferiore a quella che avrei voluto — esattamente per la stessa ragione».
La terza patologia è quella dei contratti. Polo Friz la conosce bene, anche dall’esperienza diretta: «Soprattutto quando si lavora con le multinazionali estere, i contratti sono fatti da avvocati con un scarso senso dei temi aziendali. Magari per un contratto da cinquantamila euro arriva un documento da centocinquanta pagine scritte in inglese. Mi è capitato non infrequentemente di vedere contratti dove al fornitore erano richieste rinunce ad articoli del codice civile che è impossibile cedere — però questo non aveva fermato l’avvocato del cliente dal mettere dentro la clausola».
«Siamo bravi a parlare male del fisco e della pubblica amministrazione», osserva Polo Friz, «ma se parla con buona parte degli imprenditori italiani le diranno che i problemi reali sono i problemi finanziari, i problemi sui prezzi, i problemi contrattuali. Non è che il freno a mano dell’economia italiana dipende solo dall’amministrazione pubblica. C’è il freno a mano tirato perché non abbiamo più grandi imprese, e quelle che ci sono rimaste lavorano per grandi imprese spesso estere, dove quello lì è grosso mille volte più di te, con tutti i problemi che ne derivano».
Per rispondere a queste tre patologie, il disegno di legge articola una risposta su tre fronti. Il meccanismo più innovativo riguarda i pagamenti e sfrutta un’infrastruttura già esistente: il sistema di fatturazione elettronica gestito dall’Agenzia delle entrate. L’obbligo per l’impresa cliente di inserire nel sistema la data effettiva del pagamento consente a un soggetto terzo e neutrale di verificare in modo automatico se le fatture vengono saldate entro i termini di legge, già oggi fissati a un massimo di sessanta giorni inderogabili ma sistematicamente ignorati. Il nodo, spiega Polo Friz, non è la regola in sé: «Il problema di quella tutela è che il meccanismo di difesa da parte del fornitore è fare causa al proprio cliente. Che in un mondo B2B è un’ipotesi scolastica: io lavoro per la Volkswagen, gli faccio causa, magari vinco pure — ma vinco una volta sola. Poi smetto di lavorare per la Volkswagen, che ovviamente non dà più lavoro a un’azienda che gli fa causa». Il nuovo meccanismo elimina questo paradosso trasferendo il controllo fuori dalle parti.
Il secondo intervento riguarda i prezzi. L’articolo 1664 del codice civile già prevede, in teoria, il diritto dell’appaltatore a rinegoziare il prezzo al verificarsi di determinate condizioni, ma — come sottolinea la proposta — «è scritto in forma dubitativa». La modifica chiesta è apparentemente semplice ma sostanziale: riscrivere quella norma in termini netti, così che il diritto alla revisione del prezzo non sia più qualcosa che «puoi discutere col tuo cliente», ma un diritto certo e azionabile. Il terzo fronte è quello contrattuale: per le forniture sotto i duecentocinquantamila euro vengono introdotte clausole illecite per definizione, una lunghezza massima del contratto e un tetto alla responsabilità civile del fornitore pari al doppio del valore della fornitura.
Va sottolineato che questa non è una proposta contro le grandi imprese, ma nell’interesse di entrambe le parti. Come si legge nella relazione al testo, l’impresa cliente ha tutto l’interesse ad assicurarsi una catena di fornitura forte e solida. «L’obiettivo non è redistribuire oneri in una logica a saldo zero», dice Polo Friz, «ma migliorare le relazioni reciproche con effetti positivi per entrambi in termini di efficienza». Quanto alle sanzioni — affidate all’Agenzia delle entrate, con una progressione dal cinque al dieci per cento sugli importi non pagati — Polo Friz è convinto che nella pratica si ricorrerà ad esse raramente: «Le grandi organizzazioni si autodisciplinano molto velocemente nel momento in cui il tema diventa visibile. Spesso non è una questione di malizia, bensì di mera disorganizzazione. La visibilità è già metà della soluzione».
Il momento per portare avanti questa proposta è adesso. Il governo sta varando in questi mesi un provvedimento sulle piccole e medie imprese, già in discussione alla Camera. «Non voglio criticare più di tanto il governo», aggiunge Polo Friz, «però ha costruito un provvedimento per le piccole e medie imprese che, molto francamente, è fatto di piccoli dettagli e non ha affrontato il tema sistemico. Già che affrontiamo il tema dello sviluppo economico per la piccola e media impresa — che molto francamente è l’unica cosa che ci è rimasta — allora affrontiamolo in modo energico». Poiché il governo dimostra di essere sensibile al tema, tanto varrebbe occuparsene in modo completo. Il disegno di legge di Azione attende di essere calendarizzato per la discussione in aula. E’ lì che aspetta. Il rischio, altrimenti, è che qualcuno se ne dimentichi.
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