Lo scorso 15 gennaio, alla Camera dei Deputati, si è tenuto un evento dal titolo “L’ultimo sfregio al diritto internazionale: l’aggressione USA al Venezuela”, promosso e moderato dalla deputata M5S Stefania Ascari. Tra gli interventi anche quello di Pino Arlacchi, reduce da una consulenza al governo venezuelano – speriamo almeno proficua – e che, appena poche settimane prima dell’arresto di Nicolás Maduro, sulle pagine del Fatto Quotidiano celebrava il regime chavista e il suo leader come solidi e ultrapopolari. Ma l’elemento più significativo non è questo, bensì la coesistenza, sulla stessa locandina, di una denuncia delle violazioni del diritto internazionale e del nome di Alberto Fazolo.

Fazolo è ben noto nel sottobosco della sinistra nostalgica, che vede nella Russia di Putin una sorta di prosecuzione simbolica dell’esperienza sovietica. Tuttavia, la sua non è soltanto una storia di militanza politica. Fazolo è stato più volte associato alla figura del soldato “Nemo”. Per capire di cosa stiamo parlando dobbiamo tornare al 2014: a Maidan, alla fuga di Yanukovich, all’annessione illegale della Crimea. È in quel quadro che, nel Donbass, nascono le cosiddette “repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk, entità separatiste armate e finanziate dalla Russia.

Altro che guerra civile: si trattò di un conflitto ibrido, alimentato da milizie irregolari, mercenari, “volontari” stranieri e da un’intensa propaganda. In quella guerra combatterono anche italiani, provenienti tanto dall’estrema destra quanto dall’estrema sinistra, giunti nel Donbass per una crociata ideologica contro un Paese e un popolo colpevoli di desiderare un futuro europeo che loro già vivevano. Tra loro c’era un combattente con il nome di battaglia “Nemo”.

Alberto Fazolo ottiene il 7 luglio 2015 un visto una tantum per la Federazione Russa con l’aiuto dell’agenzia turistica russa LLC Byuro Puedeshiej. Entra in Russia e da lì penetra illegalmente in Ucraina, arruolandosi nell’unità InteUnit del battaglione Prizrak (Fantasma), guidato da Aleksej Mozgovoj, che verrà ucciso pochi mesi dopo. Il battaglione Prizrak diventerà una delle formazioni simbolo del separatismo armato filorusso. Esiste inoltre una mail del 12 marzo 2016, inviata dal commissario politico della brigata Alexey Markov a funzionari russi, in cui vengono elencati i volontari stranieri bisognosi di assistenza per i visti: tra i nomi compare Fazolo Alberto. Le prove comprendono anche una copia del visto russo con timbro d’ingresso del 10 luglio 2015 e un tesserino delle “Forze Armate della Nuova Russia”, numero 2156, intestato a Fazolo Alberto – Nemo.

Eppure, in Italia, Fazolo ha spesso negato, sostenendo di essere stato lì solo come giornalista. Ammettere altro significherebbe confessare un reato: l’arruolamento in una formazione armata straniera è illegale nel nostro Paese. Oggi, però, quel passato viene rimosso. Fazolo viene invitato in Parlamento e ospitato a eventi che parlano, con un’ironia difficile da ignorare, di diritto internazionale violato.

Qui emerge un problema politico: l’album di famiglia del Movimento 5 Stelle (e non solo) è costellato di fotografie in cui le mani di chi oggi vota contro l’invio di armi all’Ucraina hanno incontrato quelle di chi l’Ucraina l’ha aggredita e continua a martoriarla. Il soldato Nemo non è un fantasma: la sua vicenda racconta una storia che molti hanno scelto di non vedere.

Matteo Hallissey

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