La riforma della magistratura divide non solo i partiti ma anche gli stessi operatori del diritto. Il Pubblico ministero, sostituto procuratore di Pescara, Gennaro Varone, offre una lettura netta e controcorrente, rivendicando la necessità di cambiare un sistema che, a suo dire, produce troppi errori giudiziari.

Dottor Varone, lei è un Pubblico ministero favorevole alla riforma. È quasi strano da dire o no?
«Non è strano se si sceglie di stare dalla parte giusta. Un Pubblico ministero dovrebbe sostenere la riforma perché il sistema penale non funziona come dovrebbe. Troppe assoluzioni a seguito di arresti e troppe riparazioni per ingiusta detenzione, indicano una criticità strutturale. Può sembrare strano solo perché la mia categoria difende privilegi consolidati, tra cui una sostanziale irresponsabilità. Ma nessuno rinuncia facilmente ai propri vantaggi».

La separazione delle carriere come si concretizza nel processo?
«Le funzioni sono già separate, ma la carriera unica crea una mentalità comune tra Giudice e Pubblico ministero. Questo può generare un bias: il giudice rischia di percepire il Pm come un alleato nella ricerca della verità, dando più peso alla sua posizione rispetto alla difesa. Il processo però non serve a cercare la verità assoluta, ma a evitare l’errore giudiziario. Senza reale terzietà, il rischio di errore aumenta inevitabilmente».

Quanto incide l’errore giudiziario?
«Il costo economico è secondario. Il vero problema è che un innocente non dovrebbe mai finire in carcere, neanche per un giorno. Una Repubblica è tenuta a sostenere qualsiasi costo per evitare questo. Parlare di spesa per giustificare o criticare riforme è riduttivo rispetto alla gravità del tema».

Perché è importante responsabilizzare i magistrati?
«Perché oggi esiste una responsabilità più teorica che reale. Un magistrato può commettere errori anche gravi senza che ci sia un vero meccanismo di verifica della sua professionalità. Questo crea uno squilibrio: abbiamo un potere enorme senza un adeguato contrappeso. Responsabilizzare non significa attaccare la magistratura, ma rafforzarla, perché solo chi risponde delle proprie decisioni è davvero credibile agli occhi dei cittadini».

Marco Travaglio in un editoriale ha sostenuto che Enzo Tortora avrebbe votato No.
«È un’affermazione che trovo paradossale. Tortora è stato simbolo dell’errore giudiziario: arrestato ingiustamente, condannato e poi assolto dopo anni. Sostenere che avrebbe difeso l’attuale sistema è, a mio avviso, una forzatura. Mi sembra più una posizione ideologica che un’analisi coerente con la sua vicenda personale».

Proseguendo con i voltagabbana, secondo lei il dietrofront di Nicola Gratteri da cosa dipende?
«Io non posso entrare nella testa del dottor Gratteri. Penso però che, più in generale, l’atteggiamento della magistratura derivi dal fatto che nessuno è disposto a rinunciare ai propri privilegi. Oggi esiste un dovere di professionalità, ma non è realmente esigibile: manca un contrappeso. Una professionalità che non deve mai essere dimostrata concretamente rischia di restare solo presunta».

In chiusura, il sorteggio e i timori sui decreti attuativi sono fondati?
«Molte critiche nascono da una lettura superficiale. I meccanismi previsti garantiscono equilibrio e maggioranze qualificate, quindi non sono facilmente manipolabili. Anche il codice disciplinare è un passo avanti: introduce regole chiare dove prima c’era discrezionalità. Il sistema va giudicato per quello che è, non per paure ipotetiche».

Christian Gaole

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