Dopo il voto sul referendum sulla giustizia, una riflessione si impone con una certa urgenza: in Italia sembra mancare, tanto a destra quanto a sinistra, una vera classe dirigente capace di leggere la realtà politica e di assumersi responsabilità nell’interesse del Paese.

Il governo, innanzitutto, ha mostrato un errore di valutazione evidente. La riforma della giustizia proposta era, per sua natura, complessa, tecnica e divisiva. Pensare che potesse essere compresa e approvata attraverso uno strumento come il referendum, che inevitabilmente semplifica e polarizza il dibattito, è stato un azzardo. Non si è colto un elemento fondamentale: il voto non si sarebbe concentrato sul merito della riforma, ma si sarebbe trasformato, come spesso accade, in un giudizio politico sull’operato del governo stesso. In altre parole si è sottovalutata la dimensione simbolica del referendum, trasformando una questione di merito in uno scontro identitario. Infatti un elemento decisivo sull’esito del voto è stato il contributo determinante dei giovani, il cui orientamento è apparso fortemente influenzato non da un dissenso rispetto alla riforma, che è rimasta in ombra, ma dal disagio sociale ed economico e dalle precarietà che caratterizzano la loro condizione. Una dinamica analoga si è registrata nel Mezzogiorno, dove il voto contrario è stato alimentato dallo stesso senso di difficoltà e marginalità. La convergenza di questi due blocchi elettorali ha finito per risultare determinante per la vittoria del No.

Dall’altra parte, le opposizioni non escono meglio da questa vicenda. Anzi. Pur avendo storicamente sostenuto molti dei principi contenuti nella riforma, hanno scelto la via dello scontro frontale. Una scelta che appare più tattica che strategica: si è preferito sfruttare l’occasione per indebolire il governo, piuttosto che contribuire a portare a casa un risultato concreto per il Paese. Una logica di breve periodo che ha sacrificato una riforma necessaria sull’altare del consenso immediato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una riforma che avrebbe potuto rappresentare un passo avanti significativo per la tutela dei cittadini non è stata approvata. E non si tratta di un dettaglio. Il sistema giudiziario italiano porta ancora con sé elementi che affondano le radici in un impianto normativo ormai superato, in parte risalente a una stagione storica lontana e incompatibile con le esigenze di uno Stato moderno. Intervenire su questi aspetti non è una questione ideologica, ma di civiltà giuridica.

Quello che è mancato, dunque, è stato proprio ciò che dovrebbe caratterizzare una classe dirigente: la capacità di andare oltre lo scontro, di riconoscere un interesse comune e di costruire soluzioni condivise. Governo e opposizioni avrebbero potuto – e forse dovuto – affrontare la riforma in Parlamento, luogo naturale del confronto e della mediazione. Lì sarebbe stato possibile correggere, migliorare e infine approvare un testo che, pur non perfetto, avrebbe segnato un progresso reale. Invece, si è assistito a un dialogo tra sordi. In particolare, i leader politici – soprattutto sul fronte dell’opposizione – non sono riusciti a cogliere l’opportunità di un confronto costruttivo. È mancata la volontà, ma forse anche la capacità, di interloquire davvero con l’altra parte, di comprendere che, in questo caso, la collaborazione non sarebbe stata una resa, bensì un atto di responsabilità.

La vicenda del referendum sulla giustizia diventa così emblematica di un problema più ampio: la difficoltà della politica italiana di esprimere una leadership all’altezza delle sfide. Una leadership capace non solo di vincere le elezioni, ma di governare i processi complessi, di fare scelte impopolari quando necessario e di costruire consenso su riforme strutturali. Finché prevarrà la logica dello scontro permanente, il rischio è che riforme fondamentali continuino a rimanere bloccate. E a pagare il prezzo, ancora una volta, saranno i cittadini.

Antonio Bargone

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