Il modello meneghino sotto attacco
Inchiesta Urbanistica Milano, la narrazione della città che funziona messa in discussione un sequestro dopo l’altro. Ma in Comune ci si azzuffa sugli assessorati…
Mentre la procura non si ferma, la maggioranza si lacera sui veti al rimpasto. Azione resta fuori dalla Giunta, Nahum attacca i Verdi. Sorte corteggia i centristi. Ascioti nega la fuga a destra e certifica la trappola del bipolarismo
Ventisette indagati, una torre di undici piani sequestrata nel cuore di Brera, l’ennesimo capitolo di un’inchiesta che non accenna a fermarsi. La Guardia di Finanza mette i sigilli al cantiere Unico-Brera, con le accuse ormai rituali di abusi edilizi, lottizzazione abusiva e falso.
Tra gli indagati figurano nomi già noti alle cronache dall’architetto Marco Emilio Cerri — ex componente della commissione per il paesaggio, già destinatario di un’interdittiva — all’ex direttore dello Sportello unico edilizia Giovanni Oggioni, arrestato a marzo per corruzione.
Ma al di là di qualsiasi giudizio di merito sulle inchieste — e sulle loro alterne fortune giudiziarie, con sequestri disposti e poi revocati, arresti convalidati e poi annullati — è il dato politico ad essere deprimente: il “modello Milano” è sotto attacco quotidiano, la narrazione della città che funziona viene messa in discussione un sequestro dopo l’altro, e il governo cittadino si permette il lusso di restare ostaggio di veti e tensioni ideologiche sul rimpasto della giunta, con il verdi che dicono no all’ingresso di Azione.
“Leali noi, sabotatori loro”
Il partito di Calenda, che da mesi lamenta di essere determinante in aula ma invisibile nell’esecutivo, decide che la misura è colma. A certificare lo strappo è Daniele Nahum, consigliere comunale tra i più ascoltati del partito a Milano. «Fa sorridere sorbirsi la lezioncina di coerenza da parte dei Verdi», attacca. «Oggi mettono il veto accusandoci di volere i posti e dicendo che, a differenza nostra, a loro “non interessa un posto in più”. Come se non contasse la qualità di ciò che si fa, e fosse la sola presenza in Giunta a fare la differenza». Segue un cahier de doléances impietoso: «Su San Siro hanno votato contro, mentre noi salvavamo la Giunta con i nostri voti. Sul Pirellino sono usciti dall’aula, facendo slittare la delibera di una settimana per puro capriccio. Hanno dipinto il Salva Milano come l’origine di tutti i mali, mentre noi eravamo fermamente a sostegno del Sindaco e della città. Hanno tenuto in ostaggio la maggioranza per tre mesi su temi di politica estera, con posizioni antiquate persino per un collettivo studentesco degli anni Settanta, minacciando di uscire dalla coalizione. E su questo, tra l’altro, non hanno ancora detto una parola definitiva».
Nahum non risparmia neppure l’assessora all’Ambiente Elena Grandi: «Per ora si è distinta solo per un decreto anti-fumo all’aperto che nessuno rispetta e per fare le foto ai suoi consiglieri in aula durante l’articolo 21». E sulla sicurezza marca un’altra distanza: «Mentre noi abbiamo fatto proposte puntuali chiedendo un assessore dedicato per affrontare l’emergenza, loro cosa chiedono? Una sorta di “Assessorato al nulla”. La conclusione è una dichiarazione di indipendenza condizionata: «Ci siamo sfilati da questo teatrino perché non ci sarà alcuna discontinuità amministrativa. Rimarremo in maggioranza, ma con le mani libere, votando solo ciò che serve a Milano. Ai milanesi il giudizio su chi è stato leale negli snodi fondamentali e chi, invece, ha passato il tempo a sabotare la sua stessa Giunta».
Forza Italia affonda il coltello
A chi osserva la scena dal centrodestra, la crisi appare come un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Alessandro Sorte, deputato di Forza Italia e segretario regionale lombardo, non perde tempo: «La coalizione di centrodestra deve avviare un confronto serio con Azione per il futuro della città di Milano. In questo percorso il ruolo di Forza Italia, forza europeista e popolare, può risultare determinante». Il messaggio agli “amici di Azione” è esplicito, quasi sfacciato: «Il campo largo non fa scappare i moderati e i riformisti, non li vuole proprio. È evidente che per i moderati non c’è spazio. Il patto di sindacato che governa il Comune di Milano, fatto dalla sinistra radicale, di fatto esclude le forze riformiste». Il paradosso viene squadernato senza diplomazie: «Il sindaco Sala, su tutte le delibere delicate, si regge in piedi grazie ai voti di Azione, ma nonostante questo il partito di Calenda viene trattato senza alcuna dignità politica dai suoi alleati». La chiosa guarda già alle comunali del 2027: «Lo scontento su questa amministrazione è palpabile. Il ciclo del centrosinistra si è esaurito e la sfida vera, ora, è rafforzare la parte moderata del centrodestra, partendo dal programma per la città che dobbiamo scrivere tutti insieme».
Gli imbarazzi nel Pd
Se Sorte affonda il coltello, il post di Pietro Bussolati sui social restituisce l’immagine di un Partito Democratico — forza di maggioranza relativa in Consiglio comunale —disorientato. «La notizia della scelta di Azione Milano di abbandonare il tavolo di trattativa della Giunta mi preoccupa molto», scrive il consigliere dem. «Indipendentemente dalle cause, denota una grande difficoltà della politica milanese nel prendere decisioni condivise». Bussolati riconosce il peso specifico del partito di Calenda: «Azione è fondamentale, come lo sono tutti i partiti che hanno caratterizzato questa lunga e proficua stagione di governo ambrosiano». Ma il timing della rottura lo inquieta: «Questa crepa avviene nel giorno in cui il presidente della Lombardia attacca il Governo nazionale per una totale assenza e disinteresse nei confronti di Milano e del Nord. E questo mette in evidenza come anche a destra ci sia una grande preoccupazione sull’abbandono di Milano, un elemento evidente, visibile, che ci deve portare a rilanciare la sfida di una Milano più aperta e sicura».
L’appello è alla ricomposizione, ma suona più come un auspicio che come una strategia: «Il tempo per recuperare c’è, abbandonare veti e avere il coraggio di vivere i prossimi mesi come i primi della prossima amministrazione. La città del futuro si disegna con iniziativa, con maggiore protagonismo politico». Il monito finale tradisce una certa impotenza: «Il tempo c’è, ma quello di oggi è un pericoloso passo fuori dal tracciato rispetto alla giusta strada che dobbiamo seguire».
Le parole contano
In questo quadro si inserisce l’intervista rilasciata da Francesco Ascioti, segretario cittadino di Azione. Alla domanda se il partito potrebbe orientarsi verso il centrodestra, risponde: «Noi siamo riformisti e ci collochiamo primariamente nel campo del centrosinistra».
Le parole di Ascioti vogliono evidentemente allontanare i sospetti di una fuga verso l’opposizione, alimentati dal pressing di Sorte. Ma finiscono anche per certificare quanto sia difficile salvarsi dalla trappola di un bipolarismo che sembra ineludibile anche nella dimensione cittadina. Dire di “collocarsi nel centrosinistra” — anziché limitarsi a confermare il sostegno esterno a Sala — suona come una forzata appartenenza. Proprio quella che Azione, si sforza di negare. Se il messaggio era “non stiamo andando a destra”, il lessico non giova all’equilibrio.
Dagli equilibri agli equilibrismi
In questa partita, la posizione più scomoda è forse quella di Gianmaria Radice. Il consigliere comunale fa gruppo con Azione, ma è unico rappresentante di Italia Viva — quel partito che in Giunta c’è fin dall’inizio, con l’assessorato al Lavoro affidato ad Alessia Cappello. Ad Azione – che di consiglieri ne ha tre, compresa la capogruppo Pastorella- viene ancora chiusa la porta in faccia. Radice sceglie toni concilianti, quasi filosofici, citando una riflessione del giornalista del New Yorker Nick Paumgarten riadattata in chiave ambrosiana: «Come stai Milano? Ci faremo a pezzi o continueremo a vivere in modo imperfetto come abbiamo fatto tante altre volte?». E invita a ridimensionare: «Quanto è avvenuto lo trovo spiacevole, non grave e neppure insanabile. Non entro nel merito di prese di posizioni legittime ma che si potevano anche evitare. La questione del rimpasto credo interessi molto poco ai milanesi». La fiducia è riposta nel ruolo di sintesi del Sindaco: «Posso solo augurarmi che, dopo aver ascoltato tutti, il Primo Cittadino — a cui spetta l’ultima parola — faccia la scelta meno imperfetta. O, se preferite, la più vicina alla perfezione». Ma proprio le sue parole, evocando un equilibrio delicatissimo, sollevano la domanda che nessuno sembra voler affrontare: quale ruolo e quale spazio si vuole davvero dare al riformismo a Milano?
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