Politica
Italiani troppo poveri per pagare le tasse: il 40% dei lavoratori guadagna meno di 15mila euro lordi. La manovra 2026 inciampa
Il governo Meloni ha scelto di abbassare di due punti l’aliquota del secondo scaglione, portandola dal 35 al 33 per cento sui redditi tra 28 e 50mila euro. Beneficia il quarto di contribuenti che versa l’80 per cento dell’intera Irpef nazionale. Ridurla lì, dove il carico è massimo, significa riconoscere che il peso fiscale non può reggersi sempre sulle stesse spalle.
È un intervento lineare, tecnicamente ordinato, moralmente prudente. Ma la prudenza, in economia, è virtù solo se non diventa anestesia. Perché, se è vero che il beneficio maggiore andrà a chi guadagna sopra i 50mila, è anche vero che quasi tre quarti dei contribuenti, quelli che restano entro i 28mila euro riceveranno poco per semplice logica fiscale. Infatti quasi il 40 per cento dei lavoratori italiani guadagna meno di 15mila euro lordi: contribuisce con appena l’1 per cento del gettito. È un’Italia troppo povera per pagare le tasse e, proprio per questo, invisibile al fisco e spesso anche alla politica. Qui l’equità si rovescia: lo Stato dialoga con chi contribuisce, non con chi non può.
È la trappola della povertà fiscale: non puoi ridurre l’imposta a chi già non la paga, ma se non crei un meccanismo di rimborso o di credito negativo, resti prigioniero di un’eguaglianza apparente. Da anni l’Italia sfiora questa verità e la evita: servirebbe un in-work benefit stabile, un credito rimborsabile, mensile in busta, ancorato all’ISEE e modulato per figli e costo locale della vita. Non un sussidio che separa, ma un meccanismo che integra i redditi bassi nel circuito della cittadinanza fiscale. Si può volere un fisco più leggero in alto senza rinunciare a un fisco più intelligente in basso; anzi, la credibilità del primo dipende dalla precisione del secondo. Il dibattito pubblico, però, preferisce l’indignazione all’analisi. Si grida alla “mossa per i manager”, ma la realtà è più sottile: il beneficio massimo, 408 euro l’anno, vale meno di un caffè al giorno per chi guadagna 50 mila euro. Non sposta i privilegi, e non solleva i fragili.
Ma non è solo qui che la manovra inciampa. La sua debolezza sta nel tempo, oltre che nel contenuto. Ogni riforma fiscale vive e muore nei decreti attuativi. Quest’anno sono più di cento; a marzo ne erano stati adottati meno di dieci. L’efficacia reale della manovra non dipende dall’aliquota, ma dalla velocità con cui gli uffici trasformano i commi in buste paga. Ogni mese di ritardo è un’imposta in natura che grava soprattutto su chi non può anticipare liquidità. Sulla povertà “qui e ora” i segnali sono giusti ma corti: carta dedicata a te rifinanziata per l’alimentare e canale derrate, più un capitolo sull’efficientamento di alloggi popolari e case di nuclei vulnerabili contro la povertà energetica. È soccorso sintomatico, non terapia di sistema.
C’è poi il tema delle proporzioni: i limiti alle detrazioni sopra i 75mila liberano risorse modeste e non toccano rendite e nicchie che alimentano diseguaglianze lunghe. Se davvero vogliamo una manovra amica del merito, servono tre verifiche pubbliche e periodiche: quanto aumenta il netto di chi sta sotto i 20mila, quante famiglie sottosoglia ricevono un aiuto entro sessanta giorni, di quanto si accorciano le liste d’attesa per visita e intervento. La legge di bilancio 2025 è un esercizio d’ordine, non un disegno di giustizia. Parla ai contribuenti, non ai cittadini. Dovrebbe ridurre la confusione dei numeri non enfatizzarla: serve a rivelare proporzioni: chi regge il peso e chi scivola ai margini. In questo bilancio i conti tornano, ma le proporzioni no.
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