Non è indagato e non può difendersi
La beffa della gogna contro Mulè: il suo nome non compare negli atti di perquisizione, ma finisce sui giornali
È ignoto alla procedura, eppure si trova indifeso davanti alla stampa
«Un bel giorno Josef K. fu arrestato senza aver fatto nulla di male». Kafka non immaginava che cent’anni dopo si potesse finire in un’inchiesta senza essere nemmeno indagati. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, non è indagato. Nessun avviso di garanzia. Il nome non compare negli atti di perquisizione. Eppure eccolo sui giornali, accostato a corruzione e appalti pilotati al Ministero della Difesa.
Il meccanismo è perverso. Un faccendiere avrebbe agito attraverso il «reale o millantato» intervento di un esponente politico per favorire la promozione di un generale. Gli inquirenti stessi non sanno se sia accaduto. Ma il nome è uscito. Il paradosso è a maggior ragione, non a minor ragione: se Mulè fosse indagato, avrebbe strumenti di difesa formale. Non essendolo, è esposto alla gogna senza procedura alcuna. La Corte di Strasburgo, nel caso Contrada c. Italia n. 4 — patrocinato da chi scrive — ha già condannato l’Italia per violazione dell’art. 8 CEDU: la legge italiana non offre al terzo intercettato alcuna garanzia per contestare l’illiceità della captazione. Il governo e il Parlamento avrebbero l’obbligo di introdurre rimedi effettivi. Finché non lo faranno, chiunque potrà ritrovarsi come Mulè: nominato nelle carte, ignoto alla procedura, indifeso davanti alla stampa.
Ma c’è un secondo piano. Mulè ha detto che è «del tutto casuale» che il suo nome emerga il giorno dopo il referendum. I fautori del No hanno ripetuto per mesi che il Pubblico ministero è organo di giustizia immerso nella «cultura della giurisdizione» — parte imparziale, non mero accusatore. Ma un Pubblico ministero che fa politica durante una campagna referendaria, e che poi indaga sul fronte avverso, non appare come organo di giustizia. Appare come parte. E l’apparenza, per Strasburgo, non è un’opinione: è una garanzia strutturale.
«Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra». Lo scrisse il più volte citato dai vincitori, Calamandrei. Lo diciamo con le sue parole, visto che le nostre sono rimaste inascoltate.
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