Giustizia
La criminalizzazione del diritto di difesa: negli Usa la tensione fisiologica tra avvocatura e potere è diventata patologica
«Per essere un efficace difensore penale, un avvocato deve essere pronto a essere esigente, oltraggioso, irriverente, blasfemo, un ribelle, un rinnegato, una persona odiata, isolata e sola — pochi amano chi parla per i disprezzati e i dannati». Così il famoso avvocato Clarence Darrow descriveva quasi un secolo fa il destino di chi sceglie di difendere gli ultimi. È una verità che ogni penalista conosce: l’avvocato non è amato dal potere, non lo è mai stato, non lo sarà mai. Le crescenti pressioni e minacce all’avvocatura da parte del governo federale americano ne sono solo l’ultima conferma. La scelta della Coalizione internazionale per l’Endangered Lawyer di indicare per il 2026 gli Stati Uniti come focus country non è purtroppo provocatoria, ma necessaria. Una democrazia occidentale consolidata — quella che nel dibattito è stata a lungo considerata modello di governance costituzionale e indipendenza giudiziaria — dimostra che nessuna democrazia, per quanto consolidata, è al riparo dalla regressione autoritaria — e che il primo bersaglio è sempre il diritto di difesa.
Negli Stati Uniti del 2025, la tensione fisiologica tra avvocatura e potere è infatti diventata patologica. Difendere è diventato sospetto. In alcuni casi, difendere è diventato colpa. L’attacco all’avvocatura non è un incidente di percorso, ma si inserisce in una strategia coerente che mira a colpire i presìdi del controllo giuridico sul potere. Gli avvocati vengono colpiti perché rendono effettive le garanzie, trasformando i diritti da enunciazioni astratte in strumenti concreti. Colpire chi difende significa colpire il diritto di difesa, che non è un diritto tra gli altri, ma il diritto-condizione di tutti gli altri.
Nel 2025 una serie di Executive Orders ha colpito nominativamente studi legali ritenuti «ostili». Studi sono stati sanzionati per aver avuto tra i soci un avvocato che aveva rappresentato Jack Smith, che aveva indagato su Trump; un altro studio per aver assistito la campagna di Hillary Clinton nel 2016, un altro ancora per aver riassunto un procuratore legato all’indagine Russiagate e per il lavoro pro bono a favore di migranti e persone transgender, un altro per aver rappresentato esponenti democratici nei contenziosi elettorali.
Le misure — revoca delle security clearances, esclusione dagli edifici federali (compresi i Tribunali!), cancellazione di contratti pubblici — non sono simboliche. Il presupposto giuridico è rovesciato: l’avvocato non è più terzo rispetto all’assistito, ma viene identificato con esso (anche retroattivamente!), diventandone complice morale e politico. È la negazione di un principio secolare, oggi codificato nel Principio 18 dei Basic Principles ONU del 1990.
Purtroppo taluni studi sanzionati hanno accettato accordi con l’esecutivo, impegnandosi a fornire complessivamente 940 milioni di dollari in servizi legali pro bono per cause gradite all’amministrazione e a rivedere i programmi di diversity. Il pro bono viene così snaturato: da espressione di autonomia professionale a prestazione coatta, da scelta etica a contropartita politica. L’indipendenza dell’avvocatura non viene formalmente abolita, ma contrattata ed anzi questi studi paiono aver accettato che sarà il potere a decidere chi potranno difendere. Altri studi hanno resistito e ottenuto tutela dai tribunali federali. WilmerHale ha ottenuto un’ingiunzione preliminare che ha riconosciuto il «carattere ritorsivo» delle misure e il loro «effetto dissuasivo sulla rappresentanza legale». In un provvedimento analogo, il giudice Beryl Howell ha definito l’Executive Order «un chiaro tentativo di punire lo studio per aver rappresentato clienti sgraditi», rilevando la probabile violazione del Primo Emendamento. Tutti e quattro gli studi che hanno impugnato hanno prevalso in primo grado. Ma il problema non è solo la legittimità degli atti: è il clima che producono — delegittimazione, autocensura, rinuncia a mandati “sensibili”.
Colpire la difesa è solo il primo passo. Nello stesso disegno si inseriscono l’arresto di giudici sgraditi e l’epurazione del Dipartimento di Giustizia: procuratori dimessi dopo pressioni per archiviare indagini scomode, licenziamenti per aver lavorato con “nemici” del potere o per aver rifiutato incriminazioni politicamente motivate, rimozioni senza motivazione di dirigenti ventennali dell’ufficio etica, sospensioni per aver definito «rivoltosi» i partecipanti al 6 gennaio. Il disegno è chiaro: sostituire l’autonomia tecnica con la lealtà politica.
Nello stesso quadro si colloca la ritorsione contro la giustizia penale internazionale. L’Executive Order 14203 ha qualificato le indagini della CPI come «minaccia straordinaria», sanzionando il Procuratore Khan, otto giudici e la Relatrice Speciale ONU Albanese. Fornire «servizi diretti o indiretti» a soggetti sanzionati comporta fino a 20 anni di reclusione. Questi sviluppi violano i Basic Principles on the Role of Lawyers ONU del 1990 e la neonata Convenzione di Lussemburgo del Consiglio d’Europa. Per l’avvocatura pongono interrogativi concreti: un sistema che subordina il diritto di difesa alla volontà politica può dirsi Stato di diritto?
L’indipendenza dell’avvocatura non è un privilegio, ma la prima linea di difesa contro l’arbitrio. Quando gli avvocati diventano colpevoli di difesa, non è solo una professione a essere sotto attacco: è l’idea stessa di diritto come limite al potere. Ciò che accade oggi negli Stati Uniti non resterà confinato Oltreoceano. L’onda lunga arriverà anche in Europa — e dobbiamo prepararci. Non con allarmismo, ma con consapevolezza: studiando i meccanismi, rafforzando le garanzie, costruendo reti di solidarietà tra avvocature. Perché quando il potere attacca chi difende, la risposta non può essere il silenzio.
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