Una decisione che la società non rispetta
La famiglia del bosco di Palmoli ha scelto di vivere in natura lontano dal “moderno”: legittimo educare i propri figli senza osservare la cultura dominante
Simbolo d’asilo e di rifugio, il bosco è un luogo di diritto naturale da cui la storia ci ha separati
Le civiltà hanno risposto in molteplici modi alla domanda: “a chi appartengono i bambini?”. Comunità educanti raccolte accanto alle figure matriarcali nelle società nomadi ovulari, moltitudini invisibili di non ancora adulti nelle società senza infanzia, braccia ed eredi nelle famiglie occidentali dell’età moderna. Soprattutto, dall’Ancien Régime che ricalca il diritto romano, alla seconda metà del Novecento, i figli appartengono alla famiglia, il cui prosaico destino, come ha ben mostrato Jacques Donzelot ne La Police des familles, è quello di un’irreggimentazione più o meno sottile, che si dipana ibrida, in bilico fra pubblico e privato.
Gli anni Sessanta, dopo una lunga stagione di familismo, segnata dalla prevalenza della sfera privata su quella pubblica, nonostante diverse forme di ingerenza statale perlopiù in grado di imbrigliare nella propria rete disciplinare i senza famiglia, o i devianti ripudiati dal sistema parentale, vedono vacillare l’istituzione familiare, e con essa la sfera di autonomia gestionale sulla prole. Già nel 1977, nel celebre Heaven in a heartless world, Christopher Lash raccontava una famiglia sotto assedio, rimpiangendo la stagione nella quale non era ancora perseguitata da un esercito di psichiatri, giudici e operatori sociali.
Una stagione nella quale la pressione giuridica era sospesa, nella sfera domestica, dove le veci della norma erano assolte dal capofamiglia e dove un complesso sistema di contrappesi simbolici e sostanziali ritagliava per i membri dell’istituzione compensazioni e riequilibri- dove lo Stato, salvo casi estremi, restava con eleganza fuori dalla porta. L’avanzare di un’ortopedia sociale sempre più preventiva, capillare e sofisticata, unitamente a una crisi culturale che sta ridisegnando assetti complessi, differendo ciò che un tempo era dato per acquisito come naturale in direzione di un culturalismo deciso, ha ristretto la sfera di autonomia familiare sino a restringere i tempi socialmente legittimi di condivisione del percorso esistenziale genitori-figli. Non è allora troppo sorprendente che persone maggiormente capaci di divergere da un iper modello sociale, o particolarmente sensibili, o particolarmente creative, in tempi di dilatazione dei calendari didattici irrispettosa dell’infanzia e di crescente controllo sociale della quotidianità, optino per l’educazione parentale e per il ritorno al bosco.
Perché il bosco è stato, tradizionalmente, luogo di non-diritto o di forme regolative eversive, ribelli, capaci di custodire identità divergenti e minoritarie. Jean Carbonnier spiegava, in Flexible Droit, come i nascondigli fossero luoghi di non-diritto. Ma dunque luoghi di rifugio, non solo per l’orrore, ma per la poesia residua della vita in una stagione spoetizzata dalla proceduralizzazione e dal nichilismo. Luogo d’asilo, il bosco richiama anche l’esilio, in ragione dell’isolamento che riesce a garantire, evocando al contempo una de-culturalizzazione, uno spogliarsi della storia nella sua dimensione materialistica, che tuttavia non sfocia in una de-storicizzazione, asservita agli arbitri del dominio, bensì in una preistoria originaria, intrisa di tradizioni. In questo senso il bosco, giustamente richiamato come luogo di non-diritto, è anche eminentemente luogo di pre-diritto, in talune culture di pre-dizione. E ancora, luogo di diritto naturale.
La famiglia del bosco di Palmoli, in questi giorni all’attenzione dell’opinione pubblica, ha scelto la natura a scapito della cultura dominante; il tempo lento a scapito del calendario scolastico statale, l’intimità e la pace a scapito della pazza folla. E così facendo ha fatto vacillare il binomio massa-potere. Chiaro che dei buoni genitori non possano far bene sottraendo i figli al mondo e alla storia e la storia non si risolve in un giardino; ma siamo sicuri che il bosco sia peggiore del serpente? Questo intervento dei servizi sociali è l’atto eroico di uno Stato che porge ai minori il frutto dell’albero della conoscenza o semplicemente la mela avvelenata che si riserva a coloro che perturbano l’ordine sociale con la loro esuberanza?
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