Nel cuore di San Pietroburgo, tra i palazzi barocchi e le prospettive che si affacciano sulla Neva, una libreria è diventata il piccolo simbolo silenzioso di un Paese che non si arrende e di una libertà che resiste. “

Podpisniye Izdaniya” – letteralmente “Edizioni in abbonamento” – non è solo un negozio di libri. È un luogo di incontro per studenti, artisti, giornalisti e lettori comuni che cercano, in un tempo di controllo crescente, uno spazio di respiro. Fondata negli anni del tardo socialismo, quando le vetrine grigie mostravano solo le edizioni statali, la libreria ha saputo reinventarsi dopo la caduta dell’Unione Sovietica, diventando un presidio di cultura indipendente. Negli ultimi anni questo spazio, apparentemente innocuo, è diventato un bersaglio. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il Cremlino ha stretto la morsa su ogni forma di espressione autonoma. I giornali indipendenti sono stati chiusi, i teatri costretti a modificare i cartelloni, gli artisti più audaci costretti all’esilio. Ora, tocca anche ai libri.

La letteratura – quella che più di ogni altra conserva la memoria e la libertà del pensiero – è diventata un nuovo fronte della repressione. Nel 2025, la campagna contro i contenuti “estremisti” si è estesa a case editrici e librerie considerate progressiste. A maggio tre membri dello staff di Popcorn Books e Individuum sono stati arrestati con l’accusa di diffondere “propaganda LGBTQ”. In realtà, pubblicavano testi di autori contemporanei, saggi e romanzi in cui la diversità era trattata con naturalezza. Pochi mesi dopo, a luglio, è toccato a Falanster, una storica libreria di Mosca, multata e perquisita. Gli scaffali di molte altre librerie sono stati ispezionati, in cerca di titoli “pericolosi”. Anche Podpisniye Izdaniya non è stata risparmiata. La polizia ha individuato tre libri incriminati: Against Interpretation e On Women di Susan Sontag, ed Everybody di Olivia Laing. Testi di filosofia, critica letteraria e riflessione contemporanea, nessuno dei quali vietato ufficialmente. Tuttavia, secondo il rapporto delle autorità, contenevano “tracce di propaganda di relazioni sessuali non tradizionali”. La multa è arrivata come un segnale preciso: la letteratura internazionale non è più al riparo.

Ma ciò che rende la situazione ancora più inquietante è la totale arbitrarietà delle regole. A differenza della censura sovietica, che era monolitica e formalizzata, quella odierna si presenta come una rete di norme fluide, indefinite, applicate in modo diseguale e imprevedibile. Una frase, una copertina, una dedica possono bastare per far scattare un’indagine. Gli editori e i librai vivono in una zona grigia, in cui nessuno sa davvero cosa sia permesso e cosa no. Questa incertezza non è casuale: è il meccanismo perfetto per generare autocensura. La legge, in apparenza, vieta solo la “propaganda di relazioni non tradizionali ai minori”, ma l’interpretazione è talmente ampia da colpire qualsiasi riferimento all’amore omosessuale o a identità di genere non conformi. I divieti si sono estesi ad altri ambiti: dalla discussione sull’uso di droghe fino a un fantomatico “movimento satanista”. Il risultato è la paura diffusa, che spinge molti librai a rimuovere spontaneamente interi cataloghi, per non rischiare sanzioni.

Dentro Podpisniye Izdaniya la resistenza si percepisce ancora. Le scaffalature in legno chiaro sono piene di titoli stranieri, di poesia, di filosofia. I giovani che vi entrano non cercano solo libri: cercano comunità, sguardi diversi, un linguaggio alternativo a quello ufficiale. “Tutta la città è fan di questo posto”, ci racconta una giornalista trentaseienne. È una frase semplice, ma dice molto. In un contesto dove la cultura è sorvegliata e le parole pesano, essere “fan” di una libreria diventa un atto politico.

San Pietroburgo, città di Dostoevskij, ha sempre avuto un rapporto speciale con la parola scritta. Qui la letteratura è stata spesso il rifugio, l’unico spazio dove la libertà poteva continuare a respirare. Oggi quel ruolo lo interpreta questa piccola libreria, erede spirituale dei samizdat, i libri clandestini copiati a mano durante il regime sovietico. Non si tratta solo di vendere volumi, ma di custodire la possibilità stessa del pensiero. In Russia, dove il potere si rafforza imponendo silenzi, ogni libro venduto diventa un piccolo gesto di disobbedienza. Podpisniye Izdaniya continua a farlo ogni giorno, sapendo che anche le parole possono essere incriminate. Ma finché ci sarà qualcuno disposto ad aprire una copertina, a leggere un paragrafo, a discutere in un angolo di quella libreria, l’idea di libertà – anche se fragile – continuerà a vivere.