Il risultato è discriminatorio per definizione
La New York di Mamdani allarma Israele: il diritto di critica non sia antisemitismo
Elezioni concluse, responsabilità chiare. Con la vittoria di Zohran Kwame Mamdani a sindaco entra a New York un’agenda programmatica che – al di là delle intenzioni personali – produce un effetto antisemita strutturale. Non è questione di “toni” o di scelte lessicali; è l’esito logico e politico di un impianto ideologico che, sotto l’etichetta dell’“anti-sionismo”, nega agli ebrei ciò che non nega a nessun altro popolo: il diritto a costituirsi in soggetto politico sovrano. È precisamente questo che la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) qualifica come forma di antisemitismo politico: “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione sostenendo che l’esistenza dello Stato d’Israele è un’impresa razzista”.
Il discorso pubblico di Mamdani si regge su tre pilastri ricorrenti. Primo: la definizione di Israele come “progetto coloniale” illegittimo alla radice, una cornice che non critica politiche contingenti ma disconosce la legittimità storica e giuridica del progetto nazionale ebraico. Secondo: la negazione, esplicita o implicita, del principio di autodeterminazione ebraica come diritto collettivo, spesso elusa con formule che riconoscono astrattamente il “diritto di esistere” ma non quello di esistere come Stato ebraico. Terzo: la partecipazione e il sostegno a movimenti e slogan – dal BDS a parole d’ordine come “from the river to the sea” e “globalize the intifada” – che la storiografia e numerose istituzioni collegano a repertori di ostilità verso gli ebrei in quanto gruppo, non solo verso il governo israeliano di turno.
Il punto non è – lo ripetiamo – la critica a singole politiche israeliane: quella è legittima e necessaria in ogni democrazia. Il punto è che qui la critica scivola sistematicamente nella delegittimazione dell’esistenza stessa di uno Stato nazionale ebraico. Quando un leader politico abbraccia o normalizza slogan che molti ebrei percepiscono come minacce esistenziali e, insieme, propone di smantellare nel settore pubblico l’adozione della definizione IHRA – già recepita e utilizzata da governi e istituzioni come strumento operativo – il segnale che invia è chiaro: la specificità dell’odio antiebraico può essere derubricata a disputa semantica.
Gli esempi non mancano. In più occasioni Mamdani ha rifiutato di prendere le distanze da slogan come “globalize the intifada” e “from the river to the sea”, presentandoli come espressioni di diritti palestinesi; ha difeso apertamente il BDS in interviste nazionali; ha promosso iniziative legislative come “Not On Our Dime” contro il sostegno a organizzazioni legate alle comunità israeliane in Cisgiordania. Anche laddove afferma che “Israele ha diritto di esistere”, evita accuratamente di riconoscerne la natura di Stato ebraico, cioè proprio la componente che dà sostanza al diritto all’autodeterminazione. Presi insieme, questi elementi superano la soglia della polemica politica e configurano una piattaforma che discrimina un unico soggetto collettivo: gli ebrei.
Da oggi questo impianto non resta confinato ai comizi: entra nelle scelte amministrative di New York. Parliamo di linee guida antidiscriminazione nelle scuole e nelle università, di criteri per i crimini d’odio, di standard per le partnership con istituzioni culturali e comunitarie, di come la città definirà e misurerà l’antisemitismo nei propri report. Svuotare o abbandonare la definizione IHRA – come il candidato ha annunciato di voler fare – significa depotenziare gli strumenti operativi con cui amministrazioni e forze dell’ordine distinguono tra critica politica e ostilità verso gli ebrei come gruppo. È un arretramento che molti attori istituzionali, negli USA e altrove, hanno scelto di non compiere proprio per la sua utilità pratica nel contrasto all’odio.
Non si tratta di leggere nella psiche del sindaco, né di attribuirgli intenzioni malevole. Si tratta di giudicare l’effetto prevedibile delle sue posizioni. Se l’unico popolo cui viene negata – in teoria e in prassi – la legittimità di uno Stato è quello ebraico, il risultato è discriminatorio per definizione. È questo, in termini rigorosi, l’“antisemitismo politico strutturale” evocato dalla definizione IHRA: non l’insulto all’ebreo come individuo, ma la negazione della sua possibilità di soggetto collettivo dotato di sovranità. È qui che la nuova amministrazione Mamdani dovrà essere misurata: sulla capacità di garantire che la critica, anche dura, non si trasformi in delegittimazione esistenziale. Perché quando la cornice è sbagliata, ogni politica che ne discende – dai campus alle strade della città – rischia di esserlo ancora di più. New York ha scelto. Ora tocca al sindaco dimostrare che, nella capitale ebraica della diaspora, difendere i diritti di tutti non significa negare i diritti di qualcuno.
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